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7 sconosciuti a El Royale di Drew Goddard

Un prete con problemi di memoria, una cantante r’n’b, un logorroico venditore di aspirapolvere e una donna sboccata e attraente arrivano contemporaneamente (siamo alla fine degli anni Sessanta) in un motel nel deserto: sembra l’incipit di una barzelletta e invece è l’inizio, preceduto da un misterioso prologo il cui significato scopriremo più avanti, del nuovo film di Drew Goddard, autore dell’horror Quella casa nel bosco e sceneggiatore di The MartianCloverfield e di numerose serie televisive di culto, da Buffy l’ammazzavampiri a Lost.

Ad accogliere i variegati ospiti nello sperduto albergo – un campionario di scenografie vintage che sembra uscito da una rivista d'arredamento dell’epoca – è un giovane e solitario inserviente, in ansia per un segreto personale da nascondere e costretto a ripetere come una cantilena la principale peculiarità dell’hotel: il luogo è per metà nello Stato della California e per metà in quello del Nevada e ne ricalca leggi e prezzi (in un ambiente si paga di più, in un altro è vietata la vendita di alcolici), un limbo metaforico su cui oscilleranno i destini dei protagonisti.

7 sconosciuti a El Royale si dipana inizialmente presentando e mettendo in scena i personaggi con astuzia narrativa: colori vividi, dialoghi brillanti, un pizzico di overacting delle star principali (Jeff BridgesJon HammDakota Johnson). Finito il primo atto di assestamento, Goddard si mette a giocare con i generi e con i riferimenti: in un crescendo che intinge un canovaccio da giallo di Agatha Christie in un’atmosfera ostentatamente tarantinizzata (un Eightful Eight intriso del sole accecante del deserto e del technicolor anni Sessanta).

Come già in Quella casa nel bosco, personale rivisitazione dell’horror in chiave metafilmica, Goddard gioca all’incastro, riempie il film di superfici riflettenti/trasparenti, mette i suoi personaggi in situazioni involontariamente voyeuristiche, smonta e rimonta, si atteggia a illusionista frammentando la narrazione con flashback e colpi di scena, inserisce nuovi personaggi borderline (un Chris Hemsworth con stuolo di donne al seguito, ricalcato su Charlie Manson e la sua Family), frullando reveries cinematografiche e pulsioni pulp à la Elmore Leonard.

Il risultato è un caleidoscopio divertito e accumulatorio, visivamente scintillante ma fragile nel momento in cui Goddard, colto da un furore narcisistico, pretende di allargare il campo e di costruire digressioni che abbracciano l’intero immaginario simbolico dell’America di quegli anni: dalla guerra in Vietnam al clima della paranoia, dagli scandali sessuali dei potenti al culto deviato della personalità.

Il divertissement si trasforma quindi in una metafora onnicomprensiva – un American Tabloid per immagini – che Goddard non ha né la forza né la profondità per governare, finendo per lasciarsi divorare dalla sua ambizione eccessiva e, a tratti, fuori luogo.