Cinque film da segnalare

Verità e vanità

La selezione ufficiale della decima “festa” del cinema di Roma era un calderone di quasi 40 titoli che conteneva di tutto: dalle serie tv (Fauda, di produzione israeliana, e i primi due episodi della seconda stagione di Fargo) ai mediometraggi documentari (Junun di P. T. Anderson e Registro di classe – libro primo, di G. Amelio e C. Pagliarani). Un titolo su tre era passato un mese prima al festival di Toronto e, se ci limitiamo ai lungometraggi ed escludiamo i titoli italiani, una buona metà dei film rimanenti era presente in una delle sezioni della 40ª edizione del festival canadese.

Ha poco senso fare un bilancio di un festival che, cambiando quasi ogni anno struttura o direzione artistica, è ancora ben lontano dall’acquisire una sua fisionomia. Lasciamo le polemiche ad altri: pur con tutti i suoi limiti, la rassegna romana è stata anche quest’anno un’occasione per vedere qualche film interessante, in anteprima italiana o europea.

Truth, esordio di James Vanderbilt, si regge su ottime interpretazioni, a partire dalla protagonista, una superlativa Cate Blanchett, e su una solidissima sceneggiatura che dà nuovo lustro al cinema di inchiesta (la presenza di Robert Redford omaggia esplicitamente Tutti gli uomini del presidente). Racconta la vicenda di Mary Mapes, giornalista che nel 2004 provò a indagare, alla vigilia delle presidenziali che portarono alla rielezione di George W. Bush, sul sospetto arruolamento del futuro Presidente nella Guardia Nazionale allo scopo di evitare il Vietnam. Quel che ci pare significativo, e segno dei tempi – scarto più importante rispetto al modello di Pakula – è che il film di Vanderbilt è il racconto di una sconfitta. Finisce male l’inchiesta della Mapes: soffocata quasi prima di nascere da poteri soverchianti riconducibili alla Presidenza. All’integrità etica del giornalista rimane solo la consolazione morale. Il film vale allora, al di là dell’episodio specifico, come monito per le minacce sempre più opprimenti che pesano sul mestiere del giornalista e sulla ricerca della verità - vera protagonista come dimostra il titolo.

In Mistress America Noah Baumbach torna ad affidarsi a Greta Gerwig (coautrice anche della sceneggiatura) cui affianca una promettente Lola Kirke, in una commedia dal ritmo effervescente che indugia sul versante comico, come più spesso negli esordi dell’autore. Il regista di Brooklyn torna sui conflitti generazionali che gi sono cari e, pur non eguagliando i livelli di Giovani si diventa, plasma con agile duttilità personaggi in bilico fra speranza e disillusione, ambizione e inettitudine, nei cui ritratti è maestro. Percepiamo in Baumbach un’eco rohmeriana per la capacità di mantenere un’ambiguità di fondo che lascia allo spettatore la libertà di stabilire quanto siano più o meno avvilenti, tirate le somme, i ritratti di queste anime in preda alla smania di realizzarsi, di cui la vanità irresistibile di New York è combustibile principale.

The whispering star è il primo film prodotto da Sion Sono per la propria casa di produzione. Fantascienza “d’autore” in bianco e nero, vintage, che pur con qualche tocco d’ironia nelle citazioni kubrikiane non assomiglia a nient’altro della produzione del cineasta giapponese. Dopo Himizu e The land of hope, Sion Sono torna a Fukushima, facendo recitare i superstiti. La regione è divenuta fonte privilegiata d’ispirazione, qui tramutata in allegoria post-apocalittica di un’umanità dispersa e solitaria, priva ormai quasi di ogni speranza, ma tenacemente legata alle risonanze emotive della memoria. Nella memoria si conserva tutto quello che l’uomo possiede, dopo un disastro. Sion Sono riporta sulla Terra il senso di solitudine esistenziale tipico di certa fantascienza, e innova il proprio cinema con un’elegia, intrisa di umanesimo, che si chiude con una sequenza, struggente e memorabile, di grande suggestione visiva.

Eva no duerme di Pablo Aguero si confronta direttamente con il peronismo, raccontando la vicenda del corpo imbalsamato, trafugato e infine ricondotto in patria di Eva Peron. È l’ennesima prova dello stato di forma del cinema argentino. Ripartito in tre capitoli, con un prologo e un epilogo, ciascun episodio, pur caratterizzato da unità di tempo, luogo e azione, copre una fase distinta della storia argentina. Il film di Aguero si distingue per una regia di grande rigore, in cui il long take e le ambientazioni buie e claustrofobiche trasfigurano ogni episodio in una metafora allusiva e sinistra. Politicamente discutibile nel fare di Eva Peron il simbolo dello spirito irredimibile della resistenza all’oppressione, il film vale anzitutto per la potenza con cui condensa in forme squisitamente cinematografiche un’inusuale invettiva contro ogni dittatura.

Closet Monster di Stephen Dunn, che a Toronto ha vinto il premio come miglior film canadese, è passato a Roma del tutto sotto silenzio. Si tratta invece di un esordio degno di attenzione: un’opera immaginifica che, seguendo le orme di Xavier Dolan (Dunn indugia nel ralenti e in altri stilemi che Dolan stesso ha mutuato da Wong Kar Wai), non rinuncia a citare anche Cronenberg per coinvolgere lo spettatore nel coming-of-age di un ragazzo alla scoperta della propria (omo)sessualità, tra paura e desiderio, nel conflitto edipico con la gretta omofobia del padre.