In L’ultima corvè erano ragazzi con una vita davanti, noncuranti delle regole imposte dall’alto, incarnazioni del carpe diem capaci, perché giovani, e volenterosi, perché inesperti, di vivere alla giornata. Personaggi che trovano un naturale continuum negli immaturi protagonisti delle storie vietnamite di Sal, Mueller e Doc, infantili cronici, moralmente indecisi e chiaramente impotenti nel vivere la vita nei propri stessi panni. Incapaci, inetti come sembrano esserlo tuttora; Sal nei problemi di alcol – «potresti essere più irlandese di così?» – Mueller in un cieco affidarsi alla religione e Doc, ormai privo di validi punti di riferimento, in un vero e proprio nomadismo esistenziale.

Così inizia il film, trent’anni dopo l’ultimo incontro, nel bar desolato del vecchio Sal. E con la frase con cui Doc giustifica la propria presenza ancor prima di rinfrescare la memoria dell’amico che, dopo decenni, non lo ha riconosciuto: «sono solo di passaggio». Torna quindi, come nel precedente intellettuale del film, il concetto di un esistere solo in divenire, un essere di passaggio, appunto, che tuttavia in Linklater assume una valenza diversa, dalle sfumature più drammatiche, in una fatica ad identificarsi e ad appartenere, e in una condizione che non è mai – o non è ancora – compiuta.

Come sentenzia il personaggio interpretato da Bryan Cranston, siamo sempre in transito, persino da morti. La bara del giovane ragazzo trasportata sul carrello, sul furgone, poi in treno, è simbolo di questo infinito peregrinare, un passivo e impotente essere trascinati dalla volontà di qualcun altro – che sia un militare di grado più elevato, una figura paterna che crede di conoscere il volere del figlio o un Dio che parla solo ad alcuni.

Un processo che è dunque sì fisico e concreto – nel viaggio come in un più radicale passaggio di stato dalla vita alla morte – ma è anche e innanzitutto identitario; una transizione, una fase di completamento, un viavai che interessa i giovani, che si arruolano per trovare se stessi, come i più attempati, che passata la mezza età non si rispecchiano in nessuna razza e cultura se non quella “verde” dei Marines – per tutte le generazioni è un potersi guardare allo specchio in uniforme e finalmente riconoscersi.

I protagonisti di Linklater sono senza dubbio più maturi – anagraficamente e nella visione delle cose, più spirituale del materialismo delle “cantilene” di L’ultima corvè. Sono individui che rimangono, tuttavia, ancorati ad un tempo che fu – «il nostro futuro è già passato», si dicono in treno. La fede al dito di Doc è di per sé eloquente, ma ancora più esplicitamente impossibilitanti rispetto ad un concreto “avvenire” sono le storie sul Vietnam e l’ossessione per la morte di Hightower. Tutto il film sembra essere coniugato al tempo del used to, di quello che fu.

Un tempo che tuttavia – malgrado l’eterno ritorno che sembra essere la Storia secondo Linklater – ha la facoltà di essere superato, o perlomeno conciliato, nel momento, e solo allora, in cui l’essere umano arresta il proprio girovagare senza meta, e quei traumi che paiono non risparmiare nessuno vengono affrontati di petto. È uno sbattere contro la realtà; eppure non è sempre, né necessariamente tramite la verità, su cui Sal tanto insiste, che avviene la conciliazione – nei confronti degli altri e di sé stessi – bensì in una narrazione, molto all’americana, idonea a rendere giustizia e dignità a chi la merita. La verità, dunque, non è presentata come la soluzione assoluta, perché la vita è molto più rassicurante se risiede in una sorridente fotografia di famiglia incorniciata in camera, o ancora sullo schermo di una televisione dove un presidente “cheerleader” si appella a valori di patriottismo e alla credulità generale per propinare al pubblico discorsi di eroismo e di necessità di una guerra che, col senno di poi, chiunque riconosce come totalmente non necessaria. Perché è così, «ogni generazione ha la sua guerra», ed è una guerra in cui sempre meno persone credono.

E quindi «qual è il punto?», ci chiediamo con l’anziana miss Hightower. Forse è la fede nella propria patria, forse è l’amore per gli altri, la voglia di servire, forse è per trovare sé stessi – perché «la guerra è fatta dagli uomini ma la guerra li crea anche, gli uomini» - o forse è per dire che non ci si è tirati indietro. Non certo per un governo infedele che crea false speranze e ancor più falsi presupposti. Certamente, per i personaggi di Last Flag Flying, è in fondo per il sentimento più universale e profondamente umano di appartenere. In un mondo wireless, in cui potenzialmente tutti sono connessi, dove però – paradossalmente – non c’è più la possibilità di trovarsi, almeno non senza dipendere da un’altrui volontà, la solitudine è la condizione più temuta e allo stesso tempo la soluzione più facile.

Come il suo predecessore, il film di Linklater riflette sui valori della patria e su ciò che è americano, ma lo fa ponendosi, a un livello più profondo, il quesito esistenziale di quale posto occupiamo noi nel mondo. In un girovagare continuo e in una destinazione che è solo e sempre temporanea, in mondo che è la grande città caotica, dove i treni si prendono e si perdono, dove le fermate sono tante, uguali e diverse, dove si va avanti e si torna indietro, anche i tre compagni, per affrontare l’avvenire, devono per forza ripercorrere il proprio passato – faccia a faccia con le proprie colpe e nella grazia di un ritrovarsi reciproco.

Il tempo passa, va avanti e non si ferma, mentre la Storia si ripete. Non solo quella di un paese, ma la storia umana, quella di persone che lottano per collocarsi in un universo caotico, di individui che devono ritrovare punti fermi su cui fare affidamento. Ragazzi e adulti, giovani e vecchi paiono condividere, alla fine, le medesime difficoltà ed essere partecipi di una identica lotta esistenziale. E il tutto, così sincero e spontaneo nella sceneggiatura lineare del film, è magnificamente racchiuso nell’ultima scena, nelle semplici parole di un figlio al proprio padre che suggellano una naturale comunione di intenti e di emozioni che va oltre ogni regola, ogni verità e ogni dimensione.