My Favorite Things
Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Il cinema di Steve McQueen è un grande archivio iconografico di corpi. Il corpo politico dell’attivista nordirlandese Bobby Sands/Michael Fassbender in Hunger, corpo martirizzato e svilito che gli avrebbe permesso di conquistarsi una forma di libertà e autodeterminazione, pur rifiutandosi di uscire dai confini di una prigione; il corpo smanioso, “schiavo” e glaciale di Brandon/Fassbender in Shame e il tentativo masochistico di fuggirne le incombenze, ripiegando su una New York quanto mai vuota e assente. La carne e le ossa straziate di Lupita Nyong’o in 12 anni schiavo nel racconto della via crucis di Solomon Northop. Film che divergono nell’afflato epico, in un lato, e più intimo, nell’altro, e nel tono, ma assimilati dalla presenza di corpi mai domi, soli, dimidiati.

Confinati in una prigione sia fisica che intangibile e che fanno sempre capo all’ossessione - sia essa pulsionale, materica o ideologica - come nel caso dell’ultimo Small Axe - Red, White and Blue. Primo film di una serie incentrata sulle storie della comunità afrocaraibica di Londra ambientate tra il 1969 e 1982.

La storia è quella (vera) di Leroy Logan, brillante studioso e ricercatore afrocaraibico che decide di unirsi alle forze di polizia londinesi per provare a cambiarne il modus operandi e la brutalità dall’interno. Decidendo di retrocedere a una condizione che non gli appartiene né avrebbe dovuto essergli propria, secondo la sua comunità e i suoi cari. Nessuno riesce a capire Logan: ha conseguito un dottorato ed è istruito, sta per mettere su famiglia: perché arruolarsi? Perché fraternizzare con chi non si è fatto scrupoli a brutalizzare proprio il corpo di suo padre?

Ma è proprio qui che McQueen fa nascere e consumare il conflitto fino al potentissimo scambio di battute finale padre-figlio. Conflitto per l’appunto generazionale (con un padre ostinato e fermo: “I want to look them in the eyes…”, ripete, riferendosi agli agenti di polizia che avrebbe voluto portare in tribunale) e ideologico (con la comunità, la Storia?) facendo di Leroy, per contraltare, un personaggio perfettamente inserito nelle coordinate sociali e culturali passate e attuali. Perché è in realtà lui a compiere un atto politico di resistenza, facendo un passo avanti per provare ad estirpare le contraddizioni di uno stato di cose solo in apparenza immodificabile.

In Red, White and Blue la scrittura contempla il bisogno di far leva su una dimensione conflittuale epidermica e che si gioca programmaticamente sul piano concreto del corpo. Corpo sì vessato ma soprattutto inamovibile. Gli uomini di McQueen sono così eroi e anti-eroi, forti e fragilissimi al contempo e Leroy è uno di loro. Non per caso nessuno dei protagonisti dei film del regista, perfino il più “irrimediabile” e schivo (Shame) molla mai la presa, arrendendosi. Che si tratti dei propri o altrui (quelli di una società intera) fantasmi. McQueen sembra poi esserci lasciato alle spalle un controllo dell’immagine spesso troppo definito per dare spazio ad una regia anche più “sporca” e divincolata, facendo sì che soltanto in filigrana si avvertano i segni e le eco del presente.