Quando un anno e mezzo fa Albert Serra mise in scena "Liberté" al Volksbühne nei giorni del Festival di Berlino, la maggior parte dei critici cinematografici presenti disse di aver assistito forse al film più bello visto nel corso della Berlinale. In quel caso si trattava di una pièce teatrale – geniale – che prendeva a soggetto il libertinaggio per farne un discorso più ampio, politico, riflettendo ancora una volta su come gli uomini, anche i più carismatici e potenti, non siano che pedine del processo storico – dal quale spesso vengono travolti – e non viceversa.

Oggi, dopo la prima mondiale a Cannes e prestigiosi festival – Toronto, New York, Vienna e ora Siviglia, dove Albert Serra è solito portare in prima nazionale tutte le sue pellicole – si può senza dubbio affermare che il film va ancora più lontano del testo teatrale e che con ogni probabilità si tratta di una delle opere più importanti, originali, e sconvolgenti degli ultimi tempi.

Sono assai rari gli autori capaci di conciliare un talento visionario così potente – Serra ha “una voce” totalmente personale e riconoscibile, le sue immagini hanno una forza evocativa soverchiante – con una portata politica altrettanto detonante che non impedisce però al regista l’utilizzo dell’ironia.

Di fronte a Liberté (il film) è difficile non pensare a due affermazioni di Carmelo Bene sull’osceno e sulla pornografia. “Osceno vuol dire appunto fuori dalla scena, cioè visibilmente invisibile di sé”: l’osceno, o meglio l’ob-scena, è l’altrove, è un al di là, uno “smarrimento dell’identità stessa, dello scopo per cui si è agiti, del senso”, “smarrirsi per non più ritrovarsi”, una “passiva attività, uno scacco all'arroganza dell'io e del suo teatrino occidentale”. “La pornografia è il superamento del desiderio, l’al di là del desiderio”. In un’unità di spazio, tempo, azione – tutto accade in una radura, appena fuori città, nel corso di una notte – alcune donne e alcuni uomini si incontrano per appagare i propri desideri, che però risultano già sfiniti. I gesti, gli atti sono ripetuti stancamente, i corpi sono ormai reificati. Se nella pièce teatrale a tirare le fila era un noto libertino, a metà tra Casanova e Don Giovanni, di natura totalmente sadiana (Helmut Berger), che consigliava di portare il libertinaggio all’interno della borghesia per ottenere la medesima corruzione già compiuta nella classe aristocratica e suggeriva, per far ciò, di servirsi di donne che mettessero a disposizione il loro corpo, per donare piacere (e ottenerlo) sotto compenso, nel film possiamo assistere alle conseguenze.

La reiterazione del gesto non è più spinta dal conseguimento di una rimunerazione né tanto meno dalla putrefazione della borghesia. La ricerca senza sosta di un piacere che non giungerà mai perché già appagato, sfiancato, diventa fine a sé stessa – e compie la stessa evoluzione del capitalismo, con una coerenza impeccabile.

La sensazione è quella di chi, rimpinzatosi di cibo, senza più fame, continua a cercare qualcosa da mangiare, svogliato ma ossessivo. Non è un caso infatti che nessuno goda realmente. Gli uomini che si masturbano alla visione di alcune situazioni – c’è sempre la presenza di un terzo sguardo sull’azione, e fondamentalmente è lo sguardo e non l’atto in sé a donare piacere – non sono mai fisicamente eccitati. Cercano qualcosa – un corpo, un gesto – che possa ancora soddisfarli, senza mai trovarlo. La messa in scena di questo “al di là del desiderio” (tutto è molto esplicito), di un’oscenità in cui ci si “smarrisce per non più ritrovarsi”, è composta da Serra senza alcuna volontà moralistica. Il regista è troppo intelligente e il suo cinema vola troppo alto per cadere nella trappola del film di denuncia o peggio “portatore di un messaggio”. I personaggi che popolano la lunga notte sono guardati con ironia e con benevolenza. In fondo, loro malgrado, sono la testimonianza dello scacco al “teatrino occidentale”, “all’arroganza (soprattutto borghese) dell’io”.

Al termine della pellicola la radura viene illuminata in maniera sontuosa da una luce, che non è alba, piuttosto qualcosa di abbagliante, la piena luce sadiana, appunto, non in fieri ma compiuta, implacabile. Questi personaggi, che hanno agito e cercato qualcosa avvolti dalle tenebre, in balia dei loro desideri già (in)appagati, soccomberanno al ciclo del tempo, al susseguirsi di due secoli – ancora una volta centrali per Serra – ossia la fine dell’Età dei Lumi e l’inizio del Romanticismo, già affrontati in quel capolavoro che era Història de la meva mort (2013), pedine di un processo storico che avanza nonostante le singole volontà, lasciandoli, appunto, spettatori inermi di una trasformazione ormai compiuta.