Affrontare la Storia del proprio Paese significa essere consapevoli che, per quanto gli eventi possano sembrare lontani nel tempo e già risolti in termini fattuali, la loro portata pesa ancora sul presente, come un’onda che si schianta sulla battigia, passato l’impatto violento, ritiratosi il mare, la sabbia ha preso una forma differente.

Eloy Enciso che per età anagrafica del Franchismo ha vissuto solo qualche mese, decide però di immergersi nella lunga notte della Spagna con un film tanto radicale quanto intelligente.

I personaggi che abitano la pellicola dialogano tra loro in maniera totalmente straniante. Se da un lato questa scelta non può non rimandare al cinema di Straub-Huillet, la consapevolezza che si tratti assai più di una decisione politica che cinefila appare quasi immediata. I testi, le parole che vengono declamati hanno una tale forza intrinseca, sono così importanti che, recitati con enfasi e sentimento, perderebbero non solo il loro vigore, ma il lavoro stesso risulterebbe irrispettoso e a tratti ridicolo.

Difficile per un italiano, vedendo il film, non pensare a quel libro fondamentale che è Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. La scelta politica è una scelta che ovviamente ha delle conseguenze “pubbliche” e condivise ma che prima di tutto è profondamente intima.

Una delle esperienze più ambigue della dittatura è la guerra civile che la precede o la segue. Avere la consapevolezza di essere tra i vincitori o i vinti ma che dall’altra parte ci sono o possono esserci tuo fratello o il tuo amico, il collega o il vicino di casa, sentirsi parte di una comunità che irrimediabilmente lotta contro l’altra. Anche a dittatura finita le conseguenze di questa tensione e dialettica irrisolta lasciano il segno e sono evidenti.

In Italia, per esempio, a quasi trent’anni dalla Resistenza, chi riprese le armi nella convinzione di poter finalmente dar vita a un moto rivoluzionario, lo fece “in memoria dei Padri”, “con le armi dei Padri”, come se le due Resistenze fossero legate non solo politicamente, ma col sangue, in una specie di immaginaria filiazione.

Chi condivide un sentimento simile è anche consapevole di condividere un segreto. Innanzitutto, perché non è possibile mostrare il proprio malcontento ai vincitori se non con azioni mirate. Inoltre, la condivisione di un segreto, nell’attesa o nella speranza di un’azione, rafforza gli animi. Chi viene escluso, incompreso, marginalizzato, non ha altra soluzione che l’isolamento e la fuga.

E è quello che accade al protagonista di Longa noite, Anxo, che, di ritorno al suo paese, appare totalmente incompreso nella sua volontà di indagare il passato. Rimane dunque a ascoltare le parole di entrambe le parti, per poi avventurarsi, nel corso della notte, nella natura galiziana, aspra, selvatica, bellissima. Che sia un rifugio possibile o una maniera di perdersi completamente e sparire non è così importante, quanto l’immersione fisica in un luogo così duro nel corso di una nottata, da rendere estremamente coerente il movimento compiuto con l’idea stessa del film. Un attraversamento, sia di uno spazio inospitale che della memoria, è sempre un gesto coraggioso che non ne garantisce l’esito.

Longa noite è un film complesso e affascinante, assai misterioso, simile al paesaggio in cui è ambientato, grazie anche allo straordinario lavoro sulla luce fatto da Mauro Herce – già direttore della fotografia nel precedente film di Eloy Enciso, Arraianos, e per Oliver Laxe (Mimosas, O que arde), nonché talentuoso regista a sua volta (Dead Slow Ahead, Lonely Rivers).

La capacità di rendere così cangiante e seducente la notte fa da contraltare alla più ambigua luce diurna che, talvolta, lascia lo spettatore nel dubbio dell’epoca in cui la vicenda accade, rendendo il film ancor più potente. Indipendentemente dall’anno o dal periodo storico, le conseguenze di quelle scelte e di quelle azioni, di quegli eventi riverberano nel presente, come se le ombre notturne si stagliassero ancora a oscurare i nostri giorni.