Il Festival de Cine de Sevilla quest’anno dedica una retrospettiva – omaggio al geniale Pere Portabella, conferendogli anche il Giraldillo de Honor.

Portabella è un regista tanto innovativo quanto coraggioso, obbligato in passato a lavorare in totale indipendenza e pressoché in clandestinità (le sue pellicole non passavano il visto della censura franchista) è stato e è un riferimento non solo per il cinema d’avanguardia o per chiunque cerchi di fare cinema in maniera libera e originale, ma è una figura fondamentale anche per quanto riguarda la produzione – a lui si deve la realizzazione di tre film eccezionali e politicamente inaccettabili per la dittatura del periodo, Viridiana di Luis Buñuel, Los golfos di Carlos Saura e El cochecito di Marco Ferreri.

Tra le pellicole mostrate a Sevilla, oltre alle tre citate, a El Silencio antes Bach e a El Sopar (1974-2018) – quest’ultimo particolarmente interessante da vedere nel Festival che programma anche il bellissimo film di Eloy Enciso, Longa noite – c’è forse il suo capolavoro, Vampir – Cuadecuc, opera straniante e vero e proprio caposaldo teorico sulla messa in scena e il potere del cinema.

Sorta di making of (ma ovviamente assai più di questo) di El Conde Drácula di Jesús Franco, Vampir – Cuadecuc è girato in 16 mm, in un bianco e nero assai contrastato e con la colonna sonora di Carles Santos, splendida e assolutamente “bizzarra” per un film di genere.

Filmando e montando la preparazione del film e alcune scene dello stesso in maniera ironica e poetica al medesimo tempo, Portabella svela non solo come la messa in scena sia facilmente ingannatrice, ma il potere assoluto che il cinema ha sull’immaginario.

La pellicola è fortemente evocativa e rimanda immediatamente a Nosferatu di Murnau e Vampyr di Dreyer, liberandosi subito del timore reverenziale nei confronti dei due per diventare un’opera personalissima e corrosiva, piena di senso dell’umorismo.

La sospensione dell’incredulità è, da sempre, il primo passo per entrare in un film, godere dell’esperienza cinematografica, lasciarsi andare al flusso di immagini che scorrono sullo schermo.

Decostruire il film, mostrandone tutti i “trucchi” e la sua forza mistificatoria (in un momento, tra l’altro, in cui in Spagna per volere di Francisco Franco le pellicole accettate erano assai classiche – Vampir – Cuadecuc non ebbe infatti il visto della censura) non è soltanto un atto coraggioso, è soprattutto un gesto politico.

Il gioco di specchi che si viene a creare con lo spettatore che da semplice “testimone” diviene parte in causa, attiva, pone regista e pubblico in un contesto dialettico, interlocutorio. In questo senso il film diventa rivoluzionario e estremamente politico. Gli sguardi in macchina, le finte ragnatele ("cuadecuc" significa appunto ragnatela in catalano), Christopher Lee che parla di Dracula, sono tutti espedienti che pongono una distanza tra spettatore e film. Così come la musica di Carles Santos che ha più volte collaborato con Portabella e che risulta in totale contrasto col film horror.

A distanza di quasi cinquant’anni (il film è del 1970), Vampir – Cuadecuc risulta non solo incredibilmente moderno ma tuttora fonte d’ispirazione per nuove generazioni di registi.