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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Ah, l'amore! Ah, il cinema!

Ritrovare il gusto della vita - e l'innocenza perduta - nella finzione, la messinscena (del cinema e dell'amore), la consapevolezza del gioco. Col sorriso sulle labbra e una spiccata predisposizione alla “sospensione dell'incredulità” (l'amore è cieco, si sa, ma il cinema ci vede benissimo). Perché qui si parla di una donna, Barbara Stanwyck, che torna nella vita di un uomo, Henry Fonda, facendogli credere di essere “un'altra”. E lui ha un enorme bisogno di crederci e amarla ancora. Ce l'abbiamo tutti.

Ma bisogna partire da lontano. L'inizio. L'Eden.

Il serpente ha un cappello a cilindro, perché siamo dalle parti di Hollywood, negli anni '40, e da qui ci inoltriamo alla riscoperta dell'istinto, la natura (anche il mito e l'archetipo), ciò che ribolle sotto i costumi borghesi e la vita di società. Poi, certo, il serpente rimane incastrato in un anello, perché il matrimonio è sempre una faccenda complicata. Anzi, qui siamo dentro quel sotto-genere che è la commedia del ri-matrimonio: l'amore lo trovi al secondo tentativo, quando hai aggirato l'istituzione e i suoi luoghi comuni.

All'inizio c'è pure una foresta e un serpente vero. Trattasi di un macguffin, serve solo a portare avanti la trama, a far incontrare l'uomo e la donna. Ma il serpente si porta anche dietro il suo millenario carico simbolico: la tentazione, il desiderio, la cacciata dall'Eden per colpa di quella maledetta (?) mela, e noi costretti a vagare per il mondo in cerca di un lui o una lei che ci possa completare. Anche se, in questo caso, l'ingenuo Charles (Fonda), la mela la prende in testa, lasciata cadere dopo un morso dalla perfida Jean (Stanwick), che medita di mettere le mani sul suo patrimonio (lui, che vorrebbe vivere di conoscenza e studiare i serpenti, è figlio di un ricchissimo produttore di birra).

Le traiettorie, newtoniane, dell'amore.

Preston Sturges si diverte come un matto a giocare con i simboli. E al posto dell'Eden ci mette l'artificiale esibizione di lusso e abbondanza di una nave da crociera. Tutti chiedono la pallida birra Pike che “dà la chiaroveggenza” (in realtà, “the Ale that Won for Yale”). Lui è accerchiato dagli sguardi delle donne a caccia di un buon partito.

Lei, invece, lo guarda dentro uno specchio, che diventa un piccolo schermo: Jean fa letteralmente la regia e la telecronaca della sequenza. Ed eccoci nel cuore della finzione che mette in scena se stessa.

Il caro vecchio McLuhan un giorno dirà che il film offre un prodotto speciale, il più magico dei beni di consumo, i sogni. In realtà le “commedie sofisticate” degli anni '30 e '40 già ci avvertivano che c'è qualche problema in paradiso (Trouble in Paradise) e che ogni cenerentola ha la sua mezzanotte. Ma se l'innocenza è impossibile, e non si può tornare a rinchiudersi nell'Eden, in questa società in cui ognuno recita un ruolo e la finzione è tutto, forse per arrivare a una qualche verità, alla felicità, all'amore, bisogna innanzitutto diventare consapevoli della dorata menzogna, dell'illusione, giocare sapendo di giocare. Alla faccia del “cinema della trasparenza”, col suo montaggio invisibile.

E chi sa giocare più di chiunque altro? Le donne, ovviamente, che maneggiano l'immaginazione e provocano l'incantesimo (che mangiano la mela e “sanno”, prima che l'uomo ci capisca qualcosa). Basta uno sgambetto ben piazzato.

La meraviglia di quella seduzione plateale. Lui, tutto in bianco, disarmato, davanti a lei tutta nera. Lui in piedi, con la testa (tra le nuvole) fuori campo, vittima di un incantesimo, costretto a inginocchiarsi davanti a lei, che in una soggettiva le appare fuori fuoco, come una vertigine. Dieci minuti più tardi, dopo che il padre di lei ha testo la trappola su un tavolo da poker (il gioco, sì), dopo che il serpente l'ha terrorizzata, si troveranno di nuovo in camera sua, e lei lo farà cadere di nuovo, accanto al divano. Cosa c'è di più erotico di lui che abbassa la gonna di lei, per coprire la gamba scoperta? C'è più desiderio in questo gesto, in un film del '42, che in tutte le supposte scene di sesso simulato propinate dal cinema contemporaneo. E che dialogo! Lui balbetta aspirazioni confuse, lei cita il Faust e gli svela il suo ideale, «un tale piccolo con molti quattrini».

Insomma, abbiamo un lui molto ingenuo, innocente, che all'inizio maneggia un serpente e dice che vorrebbe vivere per la conoscenza, ma deve imparare la vertigine dell'amore. E abbiamo una lei che conosce così bene la finzione da essere diventata una cinica che si prende gioco dei sogni degli altri, ma deve re-imparare l'innocenza.

Anche l'innocenza del cinema. Che assomiglia a una passeggiata al chiaro di luna, la magia, la grazia geometrica del cinema fatto con squadra e compasso, la scia spumosa dell'acqua che riecheggia quella del velo mosso dal vento... E la dichiarazione d'amore, “è come se ti conoscessi da sempre”, un classico.

Ma quando anche lei sembra finalmente innamorata, lui scopre la fregatura, e tutto finisce lì.

Non ha morso la mela.

E allora lei torna in forma di Eva. Lady Eva. Merito di un improbabile amico-truffatore comune, che le consente di riciclarsi come nobildonna inglese. E come tale piomba in casa sua, lasciandolo interdetto. Siamo verso il 50' e il film ricomincia. Lui è di nuovo destabilizzato, si ribalta su una poltrona, inciampa in una tenda, perde le sue certezze. L'amore è quella cosa lì: se non ti fa perdere la testa, se non ti fa cadere, scivolare, precipitare. forse non è amore vero. L'amore ti fa dire anche cose folli, tipo «non può essere lei, perché è identica». Puro nonsense. Paradosso marxiano, quasi metafisico.

In realtà lei vuole solo vendicarsi perché è stata scaricata, proprio quando aveva deciso di scegliere l'amore invece del gioco e dell'inganno. Lo vuole sedurre e abbandonare. Inventandosi un'improbabile gemella. Ed eccoci alla seconda dichiarazione, che è assolutamente identica alla prima: dice a tutte le stesse cose? Oppure è la voce dell'amore che vede lei oltre il tranello? Di fatto, ci si mette un cavallo a smitizzare il momento. Quella che nella prima parte era stata una scena molto romantica e cinematografica, qui diventa l'esibizione di un rito posticcio e un po' ridicolo.

Ne uscirà un matrimonio e un viaggio di nozze tragicomico, in cui lei si inventerà un passato amoroso sconsiderato, mandando l'uomo-tutto-d'un-pezzo su tutte le furie (non prima di una grottesca esibizione di comprensione virile). Insomma, il divorzio è dietro l'angolo, ma con sorpresa, visto che l'ex truffatrice rinuncia per orgoglio ai soldi che le spetterebbero.

Il finale non può che essere un ritorno al principio. Un'altra nave, un altro sgambetto, e lui che ritrova Jean. A quel punto non è più necessaria la trafila degli inganni: il bacio è immediato. Segue una corsa lungo le scale e l'approdo davanti alla sua cabina. L'amore, finalmente. «Quanto tempo buttato via!». E lui, poverino, che prova ancora a spiegarsi, che le dice di essere sposato (e lei, comprensiva, quasi pietosa, «Anch'io caro, anch'io lo sono»). «Non voglio capire, non voglio sapere», chi se ne frega della cosiddetta verità, noi vogliamo amarci... Ed ecco la porta che si chiude. Giusto il tempo di rivedere l'amico-aiutante di lui, il realista, quello che ha sempre capito tutto, «lei è sempre la stessa». Lo sciocco sapiente, un'espressione del serpente.

La commedia del ri-matrimonio in tutto il suo splendore, quella che consente ai suoi “eroi” di trovare un significato più vero, profondo, al temibile contratto, al rapporto tra un lui e una lei come è stabilito dalle norme e dalle consuetudini. Che non sia solo burocrazia, convenzione esteriore. Il matrimonio non come fine, ma come mezzo, perché la storia d'amore possa davvero aver luogo.

Quanto è bella questa storia di un uomo e una donna che per amarsi devono prima cadere e rialzarsi, cambiare pelle, fingere di essere un'altra persona, perdersi e ritrovarsi, fino a quando, finalmente, rinunciano a capire. Eccolo il segreto: baciami e taci. (Un po' come Shirley MacLaine che chiede a Jack Lemmon di giocare a carte mentre lui le dichiara il suo amore; un po' come Nicole Kidman, col suo “Fuck”, che ammutolisce le promesse d'amore eterno di Tom Cruise).

Ah, il vero amore! Ah, il grande cinema!