Siamo molto contenti di dedicare questo mese il nostro spazio di discussione a più voci a un film italiano. Si tratta di La tenerezza di Gianni Amelio (del quale abbiamo già parlato nella recensione e nell'intervista in esclusiva), un film estremamente complesso e strordinariamente semplice al contempo sul quale confrontarsi e dialogare ci è parso naturale.

Adriano Piccardi

La vita, nel cinema di Amelio, è abitata implacabilmente dal suo esatto contrario. La dialettica vita/morte è declinata con modalità differenti, di film in film, ma non ci è quasi mai dato di ignorarla, se non per brevi e illusori momenti. E non sono certo le condizioni economiche favorevoli, la condizione socialmente garantita che ne deriva, a offrire protezione. Lorenzo ha deciso all’ultimo momento di non morire, dice un po’ celiando e un po’ no al nipotino, ma non per questo si è liberato di una compagna che non si intimorisce certo di fronte alla sua espressione accigliata o al suo fare scontroso, e che continuerà ad occuparsi di lui per interposte persone. Il gesto finale, la ricerca di un contatto, è un segno di resa, un’opzione possibile non certo la soluzione di alcunché. Non deriva alcuna speranza da questa “tenerezza” (questo specchietto per due allodole, entrambe spaurite…) agonizzante, che anzi ci colpisce come uno schiaffo lasciandoci del tutto senza difese di fronte alla crudeltà dell’esistenza. La speranza implica un sentimento del futuro, ma La tenerezza è un film con gli occhi continuamente rivolti al passato: un passato di macerie dal quale nessuno riesce ad allontanarsi e che finisce per ricadere con effetti devastanti sul presente. Attraverso le parole, i racconti (anche grazie alla forza dei campi/controcampi) il peso del mondo prende forma, ci toglie il respiro e ancora ci colpisce al cuore.

Roberto Manassero

Se si togliessero a La tenerezza i movimenti di macchina lenti e avvolgenti, se si evitasse in qualche modo la presenza di una macchina da presa che, invece di restare ferma come spesso le accade, altrettanto di frequente sceglie di filmare i personaggi spostandosi in modo discreto ma superfluo, probabilmente quello di Amelio sarebbe un film bellissimo. Un film che gioca sulla durata delle relazioni: nel lungo termine di una vita e nel breve di una conversazione. L’intensità degli sguardi e delle parole, Amelio li cerca e li trova nel campo e controcampo, nel volto marmoreo di Greta Scacchi, nell’impazienza di Renato Carpentieri. Il riflesso di una figura umana in uno specchio, o una presenza al di là di una barriera, come già succedeva in Il primo uomo, rivelano la capacità di Amelio di restare dentro lo spazio e il tempo delle sue scene grazie alla forza del primo piano. I suoi personaggi sono fantasmi concreti; i fantasmi delle persone che sono state, di quelle che avrebbe potuto essere, di quelle che potranno essere ancora. Sono presenze impossibili da evitare, come gli occhi magnetici, imploranti, vuoti e terribili della Scacchi. In La tenerezza, Amelio non avrebbe avuto bisogno del movimento. Gli sarebbe dovuto bastare il montaggio. Eppure il suo film si muove, e per questo diluisce la propria intensità disperdendola in rivoli d’emozione che sulla superficie del racconto lasciano solamente qualche leggera impronta.

Giampiero Frasca

È sufficiente osservare solo cinque minuti per capire la natura pressoché perfetta della recitazione: tono mai sopra le righe, nessun isterismo, nessuna posa declamatoria o sentenziosa. È un momento quasi straniante perché è un film italiano che non pare esserlo, perché non ha nessuno dei difetti sopra elencati. È soprattutto una questione di tempi. Narrativi, del discorso, delle battute proferite, della durata dei piani, della reciprocità dei campi e controcampi o del movimento di macchina che pare prima negare l'inquadratura sull'interlocutore-padre costretto in un letto d'ospedale per poi rivelarne la presenza e renderlo, da quel preciso istante, protagonista indiscusso. Ed è proprio per (l'altrove) perfetto dosaggio dei tempi che appare estraneo quel primo piano di Micaela Ramazzotti, forse già morta, forse in procinto di farlo, quella fantasticheria in una sala d'aspetto vuota. Quattro, cinque secondi di troppo, mentre la Ramazzotti si avvita nella sua solita tenera smorfia, ripetendo stucchevolmente «signor Lorenzo» all'indirizzo di Renato Carpentieri. Quattro, cinque secondi paiono un'inezia e invece in quel momento di transizione tra la vita e la morte, tra il dolore e la consapevolezza, tra la tenerezza e l'aridità sono davvero un'eternità. E in quei quattro, cinque secondi, mentre si apre una fossetta in quel primo piano e le labbra incorniciano un paio di volte gli incisivi, non è più Amelio. È Virzì. Tutt'altro che un cattivo approdo, solo che non c'entra, è fuori posto. Ed è uno dei pochi peccati di un film in cui molte altre sono le cose apprezzabili, dal rapporto dialettico tra la pienezza degli esterni e il vuoto di interni plasticamente lucidi, in cui maggiore appare la desolazione emotiva del protagonista, al rilievo simbolico dato dalle superfici trasparenti che fungono spesso da barriera nella relazione diretta con gli altri, permettendo di vedere, ma mortificando il contatto. Quel contatto che alla fine la figlia invece stabilirà, stringendogli la mano, chiudendo il film con un atto di semplicità estrema che talvolta pare un ostacolo insormontabile.

Chiara Borroni

Anch’io ho pensato in più momenti davanti a La tenerezza che non mi sembrava un film italiano. Che cosa vuol dire poi non lo so neanche bene, come se di per sé fosse un merito o un demerito un’esplicita appartenenza. Non era comunque la recitazione (che anzi in qualche momento – il Germano della galleria, la Mezzogiorno del dialogo prefinale – mi ha riportato anche un po’ duramente alla realtà di una certa enfasi marcata in modo troppo insistito) ma la capacità straordinaria che ha questo film di lavorare al contempo sull’astrazione pura dell’emozione e sulla concretezza drammatica del reale. Sulla durata delle relazioni e, attraverso di loro, sulla durata della vita misurata però tramite la puntualità degli eventi che la sconvolgono o che, più semplicemente, la determinano. Da lì il senso del montaggio e di una regia che svuota il tempo della narrazione per consegnarlo all’emozione. La tenerezza. La sofferenza. Gli incontri. Le separazioni. Le impossibilità. Le scelte. Tutto senza consolazione; lì mi è parsa stare la sua alienità rispetto a tanto cinema italiano troppo spesso alla ricerca, in fondo, di una consolazione. Che poi, in fondo, da cosa bisogna essere consolati? La vita è molto di più, molto più complessa, molto più naturalmente melodrammatica, molto più fantasmatica ma anche molto più essenziale. La vita è una questione di tempi, di scelte e di emozioni come il cinema che Amelio dimostra, una volta di più, di sapere fare.

Lorenzo Rossi

È vero che la recitazione salta all’occhio più del solito in un film come questo. Perché La tenerezza è un film di dialoghi o, meglio, di flussi di coscienza condivisi. Elena nella già citata parte finale dentro l’aula di giustizia, in un momento in cui Amelio – un po’ faticosamente – si concede all’astrazione pura, esprime i suoi sentimenti, il suo pensiero ad alta voce guardando in faccia la Corte (e la macchina da presa). E per tutto il film i personaggi si confessano, si rivelano, si mettono a nudo con i propri interlocutori. Come se parlare, tirare fuori paure, angosce e sofferenze potesse aiutarli a guarire da tutto quel dolore. Lo fa Michela con Lorenzo, Elena con Rossana (l’amante del padre), lo fanno Elena e Saverio tra fratelli e lo fa anche Aurora, sempre con Lorenzo, all’ospedale. L’unico che non lo fa è proprio Lorenzo, perché è l’unico che non si vuole davvero salvare. Credo che sia insieme la forza e il limite del film questa insistenza sui dialoghi. Limite non solo per una recitazione che a tratti anch’io ho trovato troppo enfatica – quasi fasulla – da parte di alcuni interpreti, ma anche per un eccesso calligrafico, per una mancanza di astrazione nel descrivere le emozioni. Forza, al contrario, perché in questo distacco da un impianto realista emerge l’efficacia di un film che le emozioni le vuole tirare fuori nonostante tutto e che nonostante tutto crede che i suoi personaggi possano essere salvati. Malgrado la morte che aleggia loro intorno.