Inauguriamo oggi un Focus che d’ora in poi dedicheremo a quelli che chiameremo “i film del mese”: i migliori, i più interessanti, i più discussi, quelli su cui i collaboratori di Cineforum hanno voluto esprime più pareri, passando dalla recensione classica alla rubrica dai toni personali.

Cominciamo con il capolavoro Silence di Martin Scorsese, al quale la rivista ha dedicato quattro interventi:

La recensione di Roberto Manassero

Silence è il film inseguito per trent’anni, figlio di riscritture, ripensamenti, difficoltà produttive, tentennamenti e, una volta girato, di ritardi nella distribuzione e cambi nella durata: per una volta, però, l’opera di una vita intera, il progetto inseguito, vezzeggiato, trovato e poi ritardato (una vera sottocategoria della storia del cinema, che conta grandi registi e grandi progetti molto spesso mai realizzati) non ha dato vita a un film “malato” o meravigliosamente sbagliato, ma a un film di pura precisione, di ragionato, inevitabile controllo


La rubrica di Giampiero Frasca, (dis)Sequenze:

Come Welles. E probabilmente più di Welles. Se Welles, in Quarto potere, con un movimento selettivo della macchina da presa, rivelava la vera essenza di Charles Foster Kane, sfuggita ai cinque flashback sulla sua vita pubblica e privata, all’attenta indagine di Thompson e alla considerazione finale dello spettatore, e lo faceva scavando tra oggetti, memorie e cianfrusaglie di un’intera esistenza per raggiungere infine la scritta su una slitta in fiamme, Scorsese nell’ultima inquadratura di Silence compie addirittura un deciso passo in piùVerso l’assoluto.


La rubrica di Fabrizio Tassi, The Front Page:

La fede, sì, la forza sovrumana (o solo umanissima) che ti dà, ma anche l’illusione, l’ambiguità della fede, la sovrastruttura storica e teologica, l’etica su misura (la misura di quella sovrastruttura), la grazia che trasfigura e che forse coincide con la vita, la compassione, la misericordia, la violenza del mondo e delle religioni, i fondamenti di cui fare esperienza senza che diventino fondamentalismi, l’universalismo e il relativismo, il modo in cui si incarnano le idee (ogni terra ha il suo terreno), il dominio sui corpi e sulle menti, l’estasi del martirio che si specchia nell’orrore della tortura, il silenzio di un Dio che forse non c’è ma anche il silenzio in cui Dio si rivela...


La rubrica di Federico Pedroni, Synecdoche:

Quindi Kichijiro è l’uomo che si sottopone in maniera più completa al volere di Dio, non traditore ma strumento, vero specchio in cui dovrebbero – ma non riescono – a guardare i due missionari. È il volto più sincero dell’umanità, di chi accetta il proprio degrado morale o, meglio, come nella successiva “versione” di Runeberg, il simbolo di un «ascetismo iperbolico e addirittura illimitato.