48 ore di Walter Hill

Questa sera alle 21:15 su Paramount Channel (canale 27) il film del 1982 di Walter Hill, 48 ore, prima apparizione sul grande schermo di Eddie Murphy. Abbiamo ripreso alcuni passaggi della recensione di Stefano Bortolussi su Cineforum 228.


[...] L'ultima opera di Hill [...] è stata gratificata del successo commerciale che era mancato agli ultimi tentativi, da I cavalieri dalle lunghe ombre a I guerrieri della palude silenziosaouthern Confort48 ore è stato anzi interpretato come una vera e propria “bandiera” da certo pubblico e da certa critica; un film che, grazie all'intelligenza con cui affronta temi apparentemente vieti nella loro vecchiezza, offre conferme e sorprese. Il pubblico che ha apprezzato il film, che è di sicuro il più maturo, il più disteso in una forma drammatica meno nevrotica del solito fra i tentativi di Hill, è lo stesso pubblico tanto per intendersi, che a suo tempo decretò il successo del capolavoro di Landis, Un lupo mannaro americano a Londra (opera che si sta rivelando sempre più importante, anche all'insaputa del suo autore, ai fini della definizione di un linguaggio filmico finalmente oltre il moderno). Perché anche 48 ore, come il Werewolf landisiano, tenta con successo una commistione dei generi, rinunciando a giocare la carta del grottesco, ma sviluppando un impasto (che conosce il suo primo, immediato, riconoscibilissimo successo già in sede di sceneggiatura) di azione e comicità che ha molto del nuovo.

Il nero e il noir

[...] Ben sapendo di non chiamarsi Spielberg, che ha altri accenti e altre fonti di ispirazione, Hill ricorre anche in sede di scrittura al suo ben noto schematismo (ricordiamo: il mondo si divide in chi fugge e chi rincorre ... ). E così: si prende un genere (il noir, il detective film) e si astrae da esso il “character” più tipico: il “cop” duro, tosto e trascurato. E poi si considera un altro genere (la commedia) e i suoi artifizi linguistici più classici, quali lo slow-burn, la gestualità esasperata e stilizzata, e si scopre il campione, l'imbattibile leader, la star del momento: un nero di nome Eddie Murphy, più o meno il sostituto di John Belushi nei cuori di chi ogni sabato sera si deliziava con le geniali porcherie del Saturday Night Live. Hill organizza cosi la sua opera inizialmente per “tranches”, facendo percorrere ai due personaggi i sentieri a loro più congeniali, ma con l'intelligenza di chi sa di doverli, prima o poi, farli incontrare in qualche punto. Il successo di 48 ore sta proprio in questo “punto di incontro”, che non è altro se non la messa in scena stessa. Come Landis aveva tentato una strada nuova nella conciliazione tra horror e comedy, cosi Hill ci inganna di continuo, portando avanti un film teso e nervoso, privilegiando ora il versante del comico, ora l'universo dell'hard boiled novel, mutando continuamente di registro ed inducendo anche il più distratto tra gli spettatori a risvegliare la sua intelligenza per recepire l'assunto di fondo di un film che è molto più teorico e coraggioso di quanto non sembri a prima vista.

Teoremi e piacere del testo

[...] Con maturità, naturalezza e senso dell'avventura, Walter Hill dimostra che una realtà uguale a se stessa può presentare segni totalmente diversi, se osservata da punti di vista eterogenei. Soltanto il cinema, nello specifico di un'opera conclusa ed apparentemente fine a se stessa, può porsi come luogo di incontro e di conciliazione. Commedia e dramma, agnizione e lieto fine, vincitori e vinti, braccatori e braccati fanno cosi parte di un'unica inquadratura, restituitaci dall'occhio acuto di Hill in tutto il suo spessore, più vera del vero. 48 ore è in questo senso un trionfo di quello che non molto tempo addietro si usava definire cinema-cinema: l'opera più matura di un cineasta che, ricordando la severa lezione dei suoi onesti maestri, restituisce fiducia nelle magnifiche sorti del vecchio (e sempre nuovo) “cinema di genere”. Accade così che, proprio nel momento in cui si levano da più parti allarmanti appelli in salvezza del cinema, contro un progressivo e ben riconoscibile appiattimento di tipo televisivo, un film come questo si addentri pericolosamente proprio sul terreno del “telefilm”, (accezione generica con la quale si comprende tutto ciò che è cinematograficamente dilatato, diluito, trattenuto, soffocato), e riesca ad uscirne sano e salvo. Perché in alcune pause della narrazione, in alcuni (forse inutili) accenni alla private life di questo duro poliziotto di San Francisco, pare di riconoscere un segno di stanchezza, di adagiamento sulle facili caratterizzazioni, sui primi piani che non adombrano né suggeriscono nulla. E invece no, queste pause sono probabilmente dosate da Hill con maligna intelligenza (perché, buon dio, abbiamo comunque a che fare con un pubblico...), per poi subito ripartire con i campi lunghi, i carrelli, le luci, i fumi dell'avventura e del piacere del cinema. Sino al finale, l'ironica, divertente conclusione di un film che è un piacere dei sensi.