A proposito di Schmidt di Alexander Payne

A proposito di Schmidt, uno dei migliori film di Alxander Payne, sarà trasmesso questa sera, venerdì 30 giugno, su Iris alle 21. Per l'occasione, riproponiamo la recensione che uno storico collaboratore della rivista, Alberto Morsiani, scrisse sul n. 416 di Cineforum, quando il film venne presentato in conocorso al Festival di Cannes del 2002.


Con una serie di folgoranti stacchi di inquadratura dal grande al piccolo, dall’esterno all’interno, che colgono con grazia pittorica (e pittoresca) lo stile di vita della tipica città del ventre molle dell’America (Omaha, Nebraska), il notevolissimo incipit di A proposito di Schmidt viviseziona ai nostri occhi il piccolo mondo alla Norman Rockwell del protagonista Warren Schmidt (Jack Nicholson), dirigente in procinto di andare in pensione dopo una vita intera passata al servizio della World Insurance Company. Per questo Fantozzi del Midwest, una vita sta per concludersi e un’altra sta per iniziare, assolutamente inattesa ma si spera non così scialba come la precedente. Quando Jack Nicholson, seduto dietro la scrivania e lo sguardo di chi non si attende più nulla, vede scoccare l’orologio alle 19 (l’ora del ritiro), indossa il trench e si avvia all’uscita, probabilmente le sue aspettative segrete (ma non quelle di noi spettatori) sono ancora quelle di una onorevole resa alle leggi dell’età e a una serie di piccole/grandi sventure (la figlia Jeannie sta per sposare un baffuto babbeo, il venditore di materassi d’acqua delle barzellette) che inevitabilmente dovranno angustiargli gli anni a venire.

Il moderato disincanto di Schmidt (che non è certo felice ma neppure davvero infelice) si esprime in modi tranquilli che indicano, sommesso, il suo desiderio di scappare: quando, ad esempio, si apparta dalla festa d’addio che gli stanno dedicando per ritirarsi a bere da solo in un bar; ma anche quando, senza dire niente a nessuno, accetta di far da padrino a un orfanello africano, il piccolo Ndugu, con cui inizia una corrispondenza che è soprattutto un libero sfogo alla sua malinconia e rabbia, o quando indugia in un fast food giusto per stare un po’ più di tempo lontano dalla moglie. Ma è proprio la moglie Helen che, venendo a mancare improvvisamente mentre sta pulendo la casa, dopo 42 anni di matrimonio, gli toglie ogni facile alibi.

Scopertosi solo, Schmidt è quasi costretto a reinventarsi un’esistenza. Il primo riflesso condizionato, come accade agli americani, è quello di mettersi in viaggio, non prima, però, di aver lasciato andare completamente a scatafascio la fino allora immacolata casetta dei sobborghi in cui ha vissuto. Lo spostamento geografico, naturalmente on the road, a cavallo del gigantesco motor home lungo 35 piedi che la moglie lo aveva spinto a comprare, diventa subito, come da tradizione, un movimento soprattutto psicologico ed emozionale: sulla strada che lo porta dal Nebraska fino a Denver, con il (falso) scopo di interrompere l’aborrito matrimonio della figlia, Schmidt ha modo di scoprire ed esplorare il suo vero Sé.

L’immersione nel paesaggio, nei grandi spazi orizzontali dell’America profonda, ha l’effetto tipico della rigenerazione. Schmidt percorre la mitica Route 66 (66 come gli anni che ha appena compiuto), visita la cittadina dove è nato, ripercorre la sua vita attraverso i luoghi. Quasi versione midwest del Victor Sjöström protagonista del bergmaniano Il posto delle fragole, Schmidt inizia un viaggio che è soprattutto una contemplazione malinconica di una vita non così riuscita e soddisfacente come si potrebbe credere. Se la casa natale di Lawrence è ormai diventata l’officina di un gommista, nondimeno ci si può sempre fermare in campo di caravan e stringere una amicizia provvisoria con i vicini (e magari insidiare la moglie di uno di loro). Il viaggio di un vecchio nel paesaggio americano (che in questa fase ricorda molto anche Una storia vera di Lynch) prosegue con soste lungo i fiumi tumultuosi, e nella sequenza più bella del film vediamo Schmidt, salito sul tetto del motor home, scrutare il cielo stellato e chiedere scusa alla moglie. Quella stessa moglie che l’aveva tradito anni prima con il suo migliore amico (Schmidt lo ha scoperto solo dopo la sua morte).

La natura è rigenerante, e Schmidt osserva con compatimento, ora che ha ritrovato una libertà che nasce anche dalla perdita e dal lutto, vacche ammassate nei carri bestiame che gli passano accanto. Arrivato a Denver, la prima persona che incontra è la futura consuocera Roberta (Kathy Bates), uno strano tipo di donna artista e intellettuale, dalla parlantina sciolta e dalla disinibita sessualità, che dà una scossa ulteriore a Schmidt. La missione di sabotare il matrimonio della figlia naturalmente fallisce, in quella che diventa una parentesi di altissimo divertimento del film (la notte sul materasso ad acqua, il mal di schiena che blocca Schmidt a letto, l’overdose di farmaci durante il pranzo di nozze, le facce di disgusto che lui fa durante la cerimonia, Kathy Bates nuda e sfatta nella Jacuzzi a insidiare sessualmente Nicholson, e in generale il tono sarcastico, con riflessi grotteschi, usato per descrivere la bestialità middle-class americana).

Dopo di che, Schmidt, che il film comunque indica alla fin fine come una persone decente, solida, può tornare a Omaha. E qui ritrova, inattesa forse, la lettera di risposta alle sue missive dell’orfanello della Tanzania, trasmessagli da una religiosa. Ora, di fronte al disegno che il ragazzino ha fatto di sé stesso che tiene per mano lo sconosciuto amico americano, immaginato altissimo, il vecchio Schmidt può infine sciogliersi in un pianto insieme liberatorio e consola- torio, ma anche pieno di vergogna. L’uomo del Midwest ritrova una ragione di vita in un ragazzino della savana, e la sua infelicità senza desideri si sublima in quella assai più concreta di quello.

Per Alexander Payne, qui alla sua terza regia, che nella sceneggiatura del film ha messo assieme un suo precedente script e il romanzo di Louis Begley, la vita sul continente americano, quell’immenso corpaccione che sta tra New York e Los Angeles, ha molto di una tragedia senza ripari i cui avvenimenti sono, nel migliore dei casi, separati da brevi momenti di ilare comicità, ora alta ora bassa. L’analisi della crisi senile di un uomo comune si colora di sfumature satiriche, ma non deroga mai da un sano realismo delle situazioni. Il look attentamente studiato del film ha una grana volutamente piatta, suggerita dai paesaggi uniformemente grigi e da interni desolatamente piccolo-borghesi. Le strategie visive sono dirette, senza inutili pezzi di bravura o contorcimenti della macchina da presa. E Jack Nicholson, dal canto suo, pare consapevole di riproporre, adeguatamente invecchiati, certi suoi personaggi tipici degli anni ’70, in film come Cinque pezzi facili o Il re dei giardini di Marvin, antieroi caratterizzati da un sottile disincanto nei confronti della vita, del mondo e di sé stessi.