Alien di Ridley Scott

A partire da questa sera fino al 22 dicembre, Rai 4 dedicherà sei serate alla saga di Alien con il ciclo Alien Week. Si inizia, alle 21:00, con il capostipite: Alien del 1979 (vincitore dell'Oscar per i migliori effetti speciali) firmato da Ridley Scott, proposto nella versione uscita nelle sale all'epoca (il Director's Cut verrà trasmesso invece venerdì 22 dicembre). Su Cineforum 191 Franco La Polla ne scrisse approfonditamente e ne riportiamo alcuni estratti (per ragioni di lunghezza, oltre ai tagli del testo, sono state eliminate anche le note. Per una lettura più esaustiva si consiglia, come sempre, l'articolo integrale disponibile sulla rivista).


[...] Il britannico Ridley Scott, evidentemente appassionato lettore di Conrad, ha battezzato con nomi conradiani i veicoli spaziali dei suoi eroi. L'unico suo lungometraggio precedente Alien, il famoso I duellanti, era tratto, com'è noto, proprio da un racconto dello scrittore anglo-polacco. In ambedue gioca un ruolo primario il senso di un fatto ineluttabile, di un meccanismo pericoloso e incombente che nessuno sembra poter bloccare. E in ambedue Scott ha diffuso a piene mani quel che ormai sembra una sua cifra stilistica specifica: una fotografia personalissima, morbida, vagamente flou, che in realtà egli riesce a ottenere bruciando incenso sul set.

Alien - e paradossalmente, visto l'impegno produttivo del film e l'enorme successo ottenuto in America - è stata per il suo regista una pellicola di ripiego: Scott infatti era già impegnato nelle riprese di Tristan and Isolde, e soltanto alcuni problemi tecnici che ne hanno bloccato e posposto la lavorazione gli hanno permesso di dedicarsi ad Alien. Scott si dice tutt'altro che appassionato di fantascienza: l'unica ragione per cui ha accettato di fare questo film è l'enorme possibilità d'azione che forniva il suo soggetto. Programmato per un milione di dollari, Alien ne è costati nove: un cambiamento produttivo tutt'altro che usuale dovuto all'intervento della Fox.

«Couvade», incesto e altri fantasmi

[…] Un'astronave in un viaggio cosmico; un elemento inatteso venuto da un pianeta misterioso che conclude la storia a sviluppi imprevisti, drammatici e cruenti; il sacrificio singolo di ogni membro dell'equipaggio; la salvezza di uno solo di essi grazie al coraggio e all'astuzia. Chi può immaginare un soggetto più usuale, un modello narrativo più sperimentato?

L'avventura, il fantastico, il cosmico: il rilancio cinematografico della fantascienza e più in generale dell'intreccio può giustificare - insieme a molti altri - un film come questo. Ma non lo può salvare. Sono ormai in tanti ad avere letto in Alien un semplice thrilling fantascientifico, fondato su un facile sensazionalismo a tratti grottesco o grandguignolesco, ma sempre e comunque ad effetto (per alcuni, poi, proprio tale caratteristica è il suo pregio: v. Jeune Cinéma, Take One, ecc.). In effetti, dal punto di vista strutturale il film gioca su una continua ontogenesi, vale a dire sulla proposta di un segmento diegetico, sintetizzabile in ricerca individuale del mostro/morte del ricercatore, iterato lungo tutto l'arco della pellicola a partire dal momento in cui dal corpo del compagno ferito «nasce» l'alieno. [...]

Cominciamo evidenziando la ricchezza di riferimento al femminile e alla generazione che il film propone. Il computer si chiama «Mother» ed è il cervello dell'intero viaggio, la grotta-astronave del pianeta alieno presenta connotazioni figurative vulvari (ad esempio, le due aperture ovali), il risveglio degli astronauti all'inizio (meta-linguisticamente un chiaro riferimento a Kubrick) ha tutto l'aspetto di una nascita (presieduta da «Mother»), così come una nascita è quella dell'alieno dall'uovo nella grotta e dal ventre della prima vittima. In pratica assistiamo a un'ignara couvade, alla messa in scena di un parto maschile.

Uno dei pochissimi psicanalisti che si sono interessati del fenomeno, Theodor Reik, lo legge come il rovesciamento di un'occulta ostilità contro la donna e come controparte dei dolori ad essa augurati dall'uomo. Si tratterebbe, insomma, da parte dell'uomo, di una nevrosi che risolve l'aspetto negativo della tensione nella mimesi di un'esperienza fisicamente dolorosa propria dell'altro sesso. [...]

È a questo punto che l'alieno acquista una precisa funzione: quella di elemento (fantasma) di una proiezione del sentimento d'ostilità. Dunque, non l'uomo è ostile, ma un essere «altro» (importante: l'alieno non ha sesso), e in questo modo si evita la perpetuazione del meccanismo di proiezione così come la risposta dell'altro termine dell'opposizione. Tuttavia, le cose non sono così semplici. La couvade, infatti, mette spesso in moto le istanze del complesso di castrazione. In questa chiave è da leggersi, al livello di un'interpretazione psicanalitica, l'insistenza dell'aggressione dell'alieno sui volti delle vittime. Il volto è qui sineddoche per l'occhio, notoriamente metafora del sesso. L'aggressione è quindi l'inscenamento di una vera e propria castrazione, la quale si giustifica nel timore - tipico nel fenomeno della couvade – dell'incesto.

Per meglio comprendere l'affermazione sarà bene tornare indietro ad un altro momento-chiave del film. Il gruppo di esploratori giunge in prossimità dell'astronave aliena, la quale, fra l'altro, si presenta come parte del paesaggio naturale del pianeta. Se su un piano geologico la cosa è comprensibile in termini di lavoro chimico-fisico e su quello fantastico essa ci suggerisce che l'intero pianeta è alieno, da un punto di vista simbolico il fatto è non meno comprensibile. Eminenti studiosi del campo ci hanno da tempo detto che il rapporto fra la terra, la cavità e la casa è strettissimo e che ogni figurazione di questo tipo presenta una natura femminile dai chiari risvolti sessuali.

[…] La donna è l'unica ad opporsi al trasferimento della prima vittima sull'astronave e che, insieme, ella è l'unica del gruppo a salvarsi: sul piano della verosimiglianza ella invoca il regolamento, ma sul piano psicanalitico il regolamento è quello dell'organizzazione sessuale che proibisce il tabù dell'incesto e che vede la couvade come inscenamento innaturale di un atto naturale.

Dominata dal femminile, l'astronave è a sua volta, come si diceva, figurazione uterina e la sua ascrivibilità all'ordine del concavo la propone come variante della caverna e della casa. Non per nulla la sua topografia è, dopotutto, segnata da una qualità labirintica, il labirinto essendo ulteriore figurazione della caverna (si pensi al percorso del comandante lungo il sistema di tubature, ed in genere al complesso intrico di corridoi e passaggi).

Ed è perfettamente in linea con tale lettura la conclusione del film: del resto, perché mai proprio la donna avrebbe dovuto salvarsi? A differenza di quel che voleva lo scienziato-robot, ella non porta con sé alcuna concreta testimonianza dell'esistenza dell'alieno che possa essere utile alla scienza, né salva alcun carico dell'astronave-madre (è il caso di chiamarla così). Non ci sono, insomma, nel film elementi che inducano alla soluzione prospettata se non alla luce di una lettura in chiave psicanalitica.

La Donna-Madre, custode della vita (si ricordi il salvataggio del gatto, in se stesso assurdo su un piano di verosimiglianza), rimane sovrana del luogo che ne configura la natura, espellendo dal corpo della capsula spaziale - vale a dire dal suo proprio corpo - il mostruoso parto di una fantasia incestuosa il timore del cui tabù ha già eliminato coloro che l'avevano In tutto o in parte alimentata.

In questo modo Alien si presenta come un film alquanto inusuale. Da un lato infatti la sua costruzione strutturale lo denuncia come film fallito, se non altro per la ridondanza che lo qualifica; dall'altro esso copre una struttura profonda di estremo rigore, fondata su una simbolica organizzata e coerente, che ancora una volta vede nell'avventura fantastica l'aggregamento in termini diegetici degli elementi di una fantasmatica leggibile solo attraverso gli strumenti extra-estetici forniti dalla psicanalisi.