Aliens: scontro finale di James Cameron

Continua l'appuntamento di Rai 4 con la saga di Alien. Questa sera, alle 21:00 Aliens: scontro finale di James Cameron del 1986 (vincitore dell'Oscar come miglior montaggio sonoro e, come il precedente, per i migliori effetti speciali). Abbiamo selezionato alcuni estratti dall'articolo di Alberto Crespi su Cineforum 259.


Qualunque sequel, qualunque capitolo 2 che si rispetti deve partire da una domanda molto semplice: quali sono, nel capitolo 1, le domande prive di risposta, i punti di fuga della sceneggiatura che possono consentire uno sviluppo narrativo autonomo?

Nel caso di Alien c'era una domanda, inespressa e macroscopica. [...] Da dove provenivano, chi aveva deposto quelle centinaia di uova, o di bozzoli, o di baccelli che gli astronauti del Nostromo trovavano nel ventre dell'astronave aliena?

Fateci caso: la domanda è scientifica, all'interno di un contesto fantascientifico. Anzi: la domanda è biologica, e riguarda la biologia di una nuova specie. Come, in che tempi, da dove si sviluppano gli alieni? Il film di Scott basava buona parte della propria forza sul mistero che aleggiava (e continuava ad aleggiare, alla fine del film) su questi interrogativi. [...] Che Alien basasse la propria suspense su queste domande, senza mai soddisfarle nemmeno alla fine, è una delle chiavi principali per comprendere la sua natura di film solo apparentemente di fantascienza, in realtà puro horror, racconto di fate e di orchi, ambientato in un'astronave che di fatto è un castello degli orrori (e il gatto Jones, la sua presenza così incongrua e sibillina, era l'altra chiave nascosta, la più curiosa e geniale).

Il gatto Jones, in Aliens, scompare dopo le prime sequenze, non c'è posto per lui nella nuova spedizione. Il suo posto (in senso narratologico: come «oggetto da salvare» e quindi strumento della suspense nel finale) verrà preso da una bambina. E molte delle domande «biologiche» di Alien troveranno risposta. Soprattutto quella, essenziale, che ponevamo sopra: le uova sono deposte da una mostruosa Alien Queen (da dove viene, chi e che cosa è questa regina può essere la domanda per un ipotetico terzo capitolo: che, si mormora, è già in fase di progettazione... ). Le fasi di mutazione degli alieni sono riproposte ed esaminate, anche se non in ordine rigoroso [...].

Riassumendo: Alien si basava sul mistero, sul non detto, sulla continua preterizione dei fatti; Aliens sulla loro esplicitazione. L'altro strumento, assai semplice, su cui lavora Cameron è quello dell'amplificazione: basta far sbocciare tutti i bozzoli del primo film (con la premessa, a riempire i 57 anni di intervallo, che su Acheron era stata fondata una base di coloni terrestri) e invece di un solo alieno, terribile ma sfuggente, orrendo ma sempre inquadrato di sfuggita, ne avremo mille. Che, appunto, non avranno più misteri, se non per i marines, e solo all'inizio, perché Ripley potrà subito spiegar loro a che cosa si trovano di fronte; e non avranno misteri nemmeno per la macchina da presa, perché là dove Scott giocava con le inquadrature, «nascondendo» l'alieno, quasi a rifiutarsi di sfruttare sino in fondo quel gioiello di design e di trucco (ma proprio in questo, ripetiamo, stava il lato gotico, immaginifico del film), Cameron gira in modo più tradizionale, più asciutto, sapendo che la suspense non si gioca più sull'aspetto degli alieni, ma sulle loro azioni. Se Alien era veramente un film-incubo, Aliens è un film d'azione nel senso più nobile e diretto del termine.

[...]Aliens come western «mascherato», però, non sarebbe una grande novità. Il film consente altre chiavi di lettura che non vanno tralasciate. La successione continua di pericoli e di ostacoli da superare fa pensare all'ennesimo film-videogame: l'ipotesi sarebbe banale se non fosse suffragata da alcune scelte stilistiche. Nel primo film la sequenza più agghiacciante era forse quella in cui gli astronauti seguivano su uno schermo lo scontro fra l'alieno e il capitano, rappresentati da due palline semoventi (esiste un videogame, uno dei più «classici», il Pac-Man, quasi identico). In Cameron, regista meno sensibile alle allegorie, il video ritorna come strumento funzionale: ogni marine ha una telecamera sull'elmetto, il capitano segue i loro movimenti da una consolle che sembra una cabina di regia televisiva. Cameron gioca molto sugli effetti «sporchi» di queste immagini, volutamente girate con un VRC non professionale, e l'idea rimanda alle soggettive di Arnold Schwarzenegger in Terminator, dove l'umanoide percepiva il mondo come attraverso una telecamera computerizzata.

Western, videogame, azione e suspense appaiono però, riconsiderando il film, delle strutture di supporto, quasi ingombranti. Non a caso Cameron se ne libera progressivamente, con la stessa metodicità quasi «seriale» con cui gli alieni e i marines si sfoltiscono a vicenda. Tutto il film tende verso un rendiconto finale da cui i due «eserciti» sono scientemente esclusi: lo scontro vero è tra Ripley e la Regina. [...] Nel duello successivo, tutti i materiali della suspense rientrano dalla finestra: non tanto il topos western del duello, quanto (è un altro dei motivi ricorrenti del film) l'idea di una guerra teleguidata, mediata, in cui le armi sono una sorta di prolungamento (anch'esso biologico?) del corpo umano. Pensiamo ai mitragliatori e ai lanciafiamme dei marines, non semplici armi, ma vere e proprie armature appoggiate sulle spalle; e pensiamo naturalmente a quella specie di carrello/robot che Ripley usa nello scontro finale. Che non è una propaggine tecnologica: al contrario, solo rinchiusa in quella macchina Ripley si pone al livello (si omologa, oseremmo dire) della Regina, e può combattere con lei ad armi pari.

La metafora della frontiera è quindi una delle strutture portanti del film. Ma è talmente sotterranea ed oggettiva, che non siamo propensi a leggere Aliens (come ha fatto, ad esempio, Romano Giachetti su Repubblica) come un inconscio manifesto dell'espansionismo «stellare» americano, né tanto meno ad affibbiare a Ripley l'appellativo di «Ramba» dello spazio. Il film, in fondo, è un perfetto esempio di quanto sia onnivoro il cinema americano, quando la sua commercialità si sposa ad un progetto narrativo, «fantastico» efficace. Il riciclaggio delle metafore e delle opzioni narrative diventa - questo sì - quasi inconscio, subliminale. Aliens può essere affrontato con le armi della sociologia, e può essere letto come un testo teorico sulla serialità, come un perfetto esempio su come realizzare un sequel rispettando e tradendo, allo stesso tempo, l'originale. Tutto ciò è a posteriori. A priori c'è un marchingegno narrativo studiatissimo, un carico di effetti e di paura soppesati con il bilancino, una capacità incredibile di spaventare lo spettatore pur non ricorrendo (a differenza del primo Alien) alle armi del terrore più profondo. Questo è un limite, o forse una scelta: l'alieno di Ridley Scott, tutto solo su un'astronave ostile, metteva in discussione un intero modello di vita; gli alieni di James Cameron, pur forti del numero e del fatto di «giocare in casa», mettono in discussione solo la sopravvivenza dei personaggi. Ma ci incatenano alla sedia, e per gli spettatori del 1986, avvezzi a qualunque mostruosità, non è davvero poco.