American Beauty di Sam Mendes

Questa sera su Iris (canale 22) alle 21:05 il film vincitore del premio Oscar nel 2000 American Beauty del regista britannico Sam Mendes. Su Cineforum 392 gli dedicammo uno speciale (insieme a Il mistero di Sleepy Hollow). Michele Fadda scrisse un lungo articolo, ne riportiamo qui alcuni brevissimi passaggi (consigliamo di recuperarlo per una lettura integrale insieme al pezzo di Franco La Polla).


Le finestre di fronte

[...] Come nella Hollywood classica, la narrazione - sin dall'inizio "consapevole" - della voice over del "morto che parla", crea una discrepanza tra il modo di raccontare e la stessa storia che viene raccontata, tra la rappresentazione e il mondo rappresentato; riesce a porsi di fronte in maniera diversa, da altra angolazione, rispetto a questo stesso mondo. American Beauty è infatti certamente un ritratto impietoso della famiglia americana, di una società come imbrigliata nei suoi stessi riti. Ma d'altra parte l'immagine di questa società non vale solo di per sé: può indicare una reversibilità, le intenzioni di uno sguardo non semplicemente monoculare, ma forse doppio... Il sospetto è che questa tragicommedia di grandissimo successo sveli, più che un rendiconto di un'epoca, un modo diverso di guardare alle cose. O, forse, solo la possibilità stessa di poter - finalmente, semplicemente - guardare quel che resta del mondo, delle persone, delle cose.

Sitcoms & :·)

[…] Per il nostro discorso, ci basta notare come anche il cinema apparentemente destinato a trattare e inquadrare temi e problemi più legati al "sociale" e al quotidiano si trovi costretto ad abitare dentro orizzonti molto meno "reali" e molto più fittizi di quanto si creda. Anche senza arrivare all'incubo fantascientifico di un'intera vita imprigionata in un set televisivo (Truman Show), da Happiness di Todd Solondz passando per Amici e vicini di Neil LaBute, sino ad arrivare al nostro American Beauty, le ossessioni del quotidiano vengono comunque fatte passare attraverso le convenzioni, note e ripetitive, del "familiare". "Familiare", infatti, vale non solo come sinonimo di interno alla famiglia, come resoconto della tragicommedia di un qualunque freudiano "romanzo familiare"; vale pure, e forse anche di più, come sinonimo di una serie di situazioni, spazi e forme di comportamento e convivenza comune standardizzate e ripetitive, a tal punto "familiarizzate" e interiorizzate da essere considerate di per se stesse reali e autentiche. Detto altrimenti, è il sociale e il reale che per essere tale deve accordarsi a un'immagine stereotipata, o se preferite la finzione - l'immaginario - che è divenuta l'unica realtà possibile. [...]

Bringing out the dead

[...] Si è detto della coscienza paradossale del "morto che parla" Lester: dichiarare al tempo stesso di essere morti e di non sapere di esserlo. È lui, in ogni caso, il primo a informarci che la sua vita scorre da vent'anni in uno stato comatoso. Ma non è il solo. Gran parte dei personaggi di questo film - con l'eccezione forse di Rick Fitts e Jane Burnham, non a caso i veri motori morali della vicenda - sono in un certo senso già "quasi morti" sin dall'inizio. All'interno di un non tanto mascherato cupio dissolvi, tutti a loro modo sono dei fantasmi, nel senso che tutti non sono altro che un riflesso di se stessi: maschera esibita che è certo l'effetto di una teatralità, di una recitazione quasi sguaiata, ma anche soprattutto ricerca di una telegenia, da telefilm ormai troppo visto, da banale spot pubblicitario. Tutti schiavi di una falsa immagine che non sembra più aderire alla persona, […].

Davanti a questa terribile condanna a un'apparenza sempre più insignificante, ecco allora che l'arte della frontalità diventa centrale. Per un regista proveniente dal teatro come Mendes, la cosa non è in sé difficile. La regola è quella di inquadrare la scena come a teatro: innanzitutto piani perfettamente centrati e frontali, come si suoi dire "in bolla"; come nella visione teatrale, dalla platea verso il palcoscenico e viceversa. […] In generale, vige in questo film la legge del 180°, del più classico campo-controcampo, in un continuo porsi faccia-a-faccia: a tavola per cena, da una finestra all'altra tra vicini di casa; tra l'attore sulla ribalta e il suo pubblico. Ma rispetto alla separazione tra palcoscenico teatrale e platea, in questo universo vuoto la "distanza" ideale tra i piani non può che ingigantirsi, nel paradosso di un eccesso di visibilità che può anche essere sinonimo di opacità. E la stanza teatrale e televisiva gonfiata nello scope. […]

Questo film così geometricamente perfetto nei suoi raccordi (troppo perfetto?) non è il film della comunicazione negata; semmai è il film della comunicazione disturbata, a volte interrotta e ingannevole, ma non abolita a priori. Il problema infatti non sta nella crisi di un mondo in sé, ma nel modo con cui si rivolge lo sguardo a questo stesso mondo. È solo in questo modo che si può parlare di realismo a proposito di questo film: nel quadro di una sorta di "fenomenologia" del familiare. Non si tratta solo di mostrare la natura di una crisi della comunicazione; si tratta anche di affrontare le condizioni che rendono possibile (o impossibile) questa comunicazione.

[...] Ancora una volta il grande attore Kevin Spacey dimostra le sue doti di grande narratore, anche lì, nel mondo svuotato e stereotipato, dove la possibilità del "racconto" sembrerebbe inibita. Nel rifiuto del vittimismo («Non sono una vittima!», urla la Bening in modo non troppo convincente) la parola della morta voice over, nell'assenza di comunicazione, prova ancora a ostentare, spinge "a vedere".

[…] Al di là di ogni facile sociologismo, American Beauty, col tono e ironico e dopotutto pacificato della sua quasi morta voce narrante, ha il coraggio di sapersi prendere una responsabilità. In altri termini, l'invito è solo il seguente: bisogna sapersi mettere di fronte al mondo e alle cose, anche se davanti a noi si frappone l'abbaglio dell'obbligo dell'apparire, il vetro forse ingannevole delle nostre e altrui finestre, anche se tra noi si interpone l'opacità di un muro.

[…] Niente predica, quindi, sui disastri della società delle apparenze imperante nel decennio passato, quella la lasciamo alla Natalia Aspesi di turno. Al contrario, il tentativo di riguardare criticamente queste stesse apparenze in un nuovo utilizzo che non esclude in sé una forma sentita, autentica, di pietas. Quel discorso morale (non moralistico) che ci ricorda - tra riflessi, sogni e fantasmi - quella sostanza al di là della logica dell'apparire, il fatto che ogni visione dei nostri occhi ha una direzione e che oltre la catena degli schermi esistono comunque il mondo e delle persone viventi (o quasi ... ) che a loro volta lanciano uno sguardo - elementi senza i quali quegli stessi abbagli non potrebbero sussistere. Quel discorso, insomma, privo d'odio che ci ricorda una "bellezza" irraggiungibile racchiusa nell'orrore, o un'intera vita capace di passarci di fronte nell'istante della fine. Anche se, per riprendere le ultime parole di Lester, «sono quasi sicuro che non capirete niente di quello che sto dicendo ... Di questo film. E di questo articolo, probabilmente...