American Sniper di Clint Eastwood

Questa sera su Canale 5 (canale HD 505) alle 21:10 American Sniper di Clint Eastwood, adattamento cinematografico dell'autobiografia di Chris Kyle, il più efficace e il più titolato cecchino della U.S. Navy SEAL. Ne abbiamo scritto tantissimo: su Cineforum 541 potete recuperare il pezzo di Anton Giulio Mancino, mentre sul sito si trovano le recensioni di Gloria Zerbinati, Fabrizio Tassi e Bruno Fornara. Vi segnaliamo inoltre i contributi di Luca Malavasi ed Emilio Cozzi (delle rispettive rubriche Malatempora e E mo' so' cozzi). Pubblichiamo di seguito la recensione di Fornara.


Stelle, strisce e Bibbia nel taschino

37 film come regista da Brivido nella notte (Play Misty for Me, 1971) fino a questo American Sniper, oltre ad altri come produttore, attore, compositore. Cantore dell'America orgogliosa, conservatrice e consapevole. Cantore anche di un'America infelice, perché orgogliosa, conservatrice e consapevole.

Molti i generi frequentati, le zone coltivate in carriera. Soprattutto i western: Lo straniero senza nome (1973), Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976), Bronco Billy (1980), Il cavaliere pallido (1985), Gli spietati (1992). I film di musicisti e di musica: Honkytonk Man (1982), Bird (1988), Piano Blues (2003), Jersey Boys (2014). I drammi: Un mondo perfetto (1993), Mystic River (2003), Million Dollar Baby (2004), Gran Torino (2008). I film di guerra: Gunny (1986), i gemelli Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima (2006). I romantici Breezy (1973) e I ponti di Madison County (1995), i tanti polizieschi, gli avventurosi anche spaziali (Space Cowboys (2000), perfino un'incursione nell'aldilà in Hereafter (2010).

C'è un'altra regione narrativa alla quale Eastwood si è dedicato negli ultimi anni con una certa regolarità, quella delle biografie: Changeling (2008) su Christine Collins che non trova più il figlio nella Los Angeles del 1928; Invictus (2009) su Mandela; J. Edgar (2011) sul capo della CIA. E questo American Sniper sul Navy Seal Chris Kyle, un massiccio Bradley Cooper, il cecchino più titolato con record di uccisioni in Iraq.

Non si può dire che questi film-ritratti siano la zona migliore del percorso di Eastwood. Neppure American Sniper sta tra i suoi risultati notevoli. Quando Eastwood racconta, dal vero, la vita di un individuo sembra essere impacciato. Si trova molto meglio quando ha a che fare con personaggi tutti suoi come, per fare un esempio esemplare, il Walt Kowalski di Gran Torino, reduce dalla Corea, incarognito, suscettibile, razzista, malato, redento dai vicini asiatici Hmong. Quando gli toccano Mandela o l'infallibile cecchino Chris Kyle, Eastwood fa del primo un santino in Invictus e del secondo una incerta e fragile leggenda con fucile in spalla, mira infallibile e animo tormentato in American Sniper.

Nei film biografici, Eastwood non immette una drammaturgia forte: sembra limitarsi a esporre fatti e momenti che raccontano via via la vita del personaggio. In American Sniper, ogni tanto si ha l'impressione che Eastwood non creda fino in fondo al film: Kyle è un militare ed è un cecchino (“There's evil here”), quindi fa il suo mestiere ammazzando da lontano nemici, soldati, uomini, donne, bambini per un totale di 160 obiettivi abbattuti e certificati; però Eastwood non può farne un ingenuo, il suo Kyle sa che “fermare un cuore è una cosa grossa”, e neppure può farne un guerrafondaio fondamentalista; quindi, 160/Kyle/160 non sogna mondi perfetti, ha dubbi su se stesso, prega che il ragazzino lasci cadere il bazooka se no dovrà sparagli, non crede in guerre che esportino la democrazia.

Tirando le somme sillogistiche: 1) necessità della violenza contro i lupi nemici; 2) eroe onesto e senza paura, pur con dubbi; 3) ergo: necessità e ambiguità dell'eroismo? un war-movie-antiwar?

Rimescola le carte quella aggiunta finale inattesa, la sequenza della tempesta di sabbia con la guerra che diventa scontro tra fantasmi, caos vorticoso dove non si distinguono amici da nemici, dove tutto si smarrisce nell'indistinzione, dove anche un infallibile cecchino non serve a nulla. Se questo fosse il punto di arrivo dove vuole approdare Eastwood, la metafora dell'oscurità e inservibilità della guerra sarebbe fin troppo esplicita e ci porterebbe dritti all'ultimo Kyle, che, tornato a casa, è anche lui un sopravvissuto, “uno di quelli che sono tornati ma non sono davvero tornati”. E torna solo per farsi ammazzare da un reduce in un poligono di tiro.

Così in American Sniper ci sono Eastwood a stelle, strisce e Bibbia nel taschino (stelle strisce Bibbia che si tramandano di padre in figlio), l'Eastwood patriota e l'Eastwood interrogativo. Ma in un film illustrativo e iconograficamente moderato e compìto (deboli i flashback), quello che manca è l'Eastwood dalla mano drammaticamente e cinematograficamente salda. Era già successo con tutte le biografie precedenti: questo non sembra essere il suo genere.