Anna Karenina di Joe Wright

Questa sera, su Rete 4, alle 23:30 andrà in onda Anna Karenina. Adattamento dell'omonimo romanzo di Lev Tolstoj, diretto da Joe Wright (quest'anno al cinema con L'ora più buia). Ripubblichiamo la recensione scritta da Giancarlo Mancini che uscì su Cineforum 523 (acquistabile qui).


Per uno sceneggiatore approcciarsi a un grande classico della letteratura mondiale è sicuramente anche un grande sforzo per restare in piedi alla fine di tutto, di salvare, con lo spettacolo, la propria integrità di lettore. Tom Stoppard, sceneggiatore di questa versione di Anna Karenina e coautore a tutti gli effetti assieme a Joe Wright, non ha certo avuto un problema di riverenza quando ha deciso di adattare il capolavoro di Tolstoj. La sua versione della storia di Anna, di Vronskij, di Levin, di Kitty, è anzi un tentativo, lasciando intatto lo svolgimento e le caratteristiche essenziali dei personaggi, di un approccio diverso rispetto ai canoni ormai classici degli adattamenti di Anna Karenina. Nel novero di questi ricordiamo quello del 1935 di Clarence Brown con Greta Garbo, quello del 1948 di Julien Duvivier con Vivien Leigh, infine quello del 1997 di Bernard Rose con Sophie Marceau.

I perni di questo lavoro di Stoppard e Wright sono sostanzialmente due: il ritmo e la scenicità. A distanza di pochi mesi possiamo così assistere alla seconda penetrazione del drammaturgo nella cultura e nella società russa dell’ottocento, dopo l’allestimento italiano di The Coast of Utopia. Due prove aventi caratteristiche ben differenti. In quest’ultimo era la durata dell’affresco, ben nove ore, a distendere il racconto dei protagonisti dell’intelligentsija (Herzen, Bakunin, Belinskij) lasciando però molto spazio alle vicende private, ai matrimoni infelici, ai frequenti spostamenti, come se la loro vita fosse un romanzo. In Anna Karenina invece è la velocità a dominare, anzi potremmo anche dire a sovrastare, la macchina narrativa. Dalla mole cospicua dell’opera originale Stoppard non ha voluto tagliare brani o personaggi significativi, lasciando che i due fuochi narrativi restassero quello di Anna Karenina e della sua passione per Vronskij e quello di Levin per Kitty. Più che tagliare capitoli o intere parti Stoppard ha prosciugato questi personaggi della durata in cui è possibile per il lettore avere il tempo di credere al loro tormento, alla loro speranza, alla loro disillusione, alla vergogna che li attraversano durante tutto il romanzo.

Quando decise di portare sullo schermo L’età dell’innocenza di Edith Wharton, Martin Scorsese disse che era arrivato il tempo, per un regista che aveva sempre osservato e raccontato la violenza della strada, di raccontare un altro tipo di violenza, quella delle parole usate come coltelli dalle dame dell’alta società newyorkese. Tolstoj è scrittore di una temperatura diversa dalla Wharton, in ogni passaggio cruciale è come se il racconto si bloccasse perché il narratore possa interrogarsi su ciò che i personaggi stanno facendo, sui problemi morali, sull’egoismo, la meschinità, la possibilità di redimersi, di trovare la felicità per altre vie, più faticose e problematiche, da quelle progettate e auspicate.

Di tutto ciò resta qui la patina esteriore, il ritorno di Levin in campagna ad esempio, dopo il rifiuto di Kitty di sposarlo, con la decisione di rinvigorire il legame con la terra e con le persone care, compreso il fratello Nikolaj, risulta superfluo perché slegato dalle ragioni che lo muovono. Mentre invece per Tolstoj erano queste le pagine in cui poter esprimere oltre alla vicinanza rispetto a Levin anche un pensiero radicale sulla modernità che stava trascinando la Russia intera lontano dalle proprie origini.Tra città e campagna ci sono diversità incolmabili di costumi, condizioni, culture, ma se tra queste non riesce a stabilirsi più una comunicazione, se i potenti, gli aristocratici, i politici, hanno perso il contatto con le radici vere della Russia, quelle contadine, allora la modernità avrà inevitabilmente un segno distorto, questo sembra affezionato a volerci dire Tolstoj, in estrema sintesi.

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Il teatro in “rovina” in cui si svolge la vicenda di Anna e Vronskij è per il regista «una metafora della società russa del tempo mentre si corrodeva dall’interno». Ma la realtà di quegli anni Settanta dell’Ottocento in cui si svolge il romanzo sono segnati dallo sforzo della Russia di dare un volto credibile al proprio sviluppo industriale. È la rincorsa, contraddittoria perché compiuta da uno stato autocratico e illiberale, di una modernità economica e sociale che però a causa delle irrisorie riforme compiute dallo Zar si schianterà nel febbraio del 1917, complice determinante la Grande guerra. In questo giudizio di Wright c’è un po’ dell’approssimazione anglosassone nell’approccio a opere provenienti da matrici storiche e identitarie diverse. E forse anche in questa grossolanità di approccio sta il difetto di un film ambizioso e visivamente lussureggiante ma talmente poco affezionato agli enormi problemi morali di Tolstoj da renderlo come adattamento di Anna Karenina forse addirittura pretestuoso. 

«Un matematico», fa dire Tolstoj a uno dei suoi personaggi «ha detto che la gioia non consiste nella scoperta della verità, ma nella ricerca di essa».