Aprile di Nanni Moretti

Questa su La7, alle 21.10, prosegue l'omaggio a Nanni Moretti. Presentato dallo stesso regista, sarà trasmesso Aprile (1998). Riproponiamo alcuni passaggi della recensione di Michele Fadda su n. 373 di Cineforum


C'è un punto in cui la leggerezza della pratica autarchica può trasformarsi in un peso insostenibile, un momento critico in cui un certo cinema non riesce più a definire in maniera netta i confini tra libertà e prigione. Questi sono i rischi di un personaggio mora lista come Moretti, sempre stretto dalle necessità del dover essere (diverso, comunque minoritario) e del dover dire (ribadito anche in Aprile: «Io devo fare questo documentario»).

C'è infatti un momento in cui il linguaggio autarchico diventa nevrosi pura, o in cui il mondo che l'autarchico costruisce diventa solipsismo puro, incapacità di accettare le Imperfezioni di una vita da cui si resta ai margini. In un certo senso, tutta la carriera di Moretti trova il suo punto centra le in Bianca, istante estremo in cui l'autarchia e i sogni di una generazione si trasformano letteralmente in autismo, cecità del bambino che si rifiuta di crescere, che rifiuta ed è rifiutato dalla vita.

Da quel film così disperato in poi, per Moretti si è trattato essenzialmente di abbattere la maschera che lui stesso si era creato, attraverso una sorta di percorso di guarigione che trova il suo compimento proprio nel superamento della malattia reale di cui si parla in Caro diario. Non è un caso che l'obiettivo fosse quello di liberarsi definitivamente dell'alter ego Michele Apicella, e di mostrare come anche il cinismo dell'autarchico suo malgrado non fosse capace di cambiare il mondo.

A questo proposito, c'è un appunto scritto da Serge Daney sul Michele Apicella di Palombella rossa che mi sembra molto puntuale: «Giocatore di trentacinque anni, ingombrante e stabilmente ingombro di tutto il suo mondo, non impedisce il funzionamento normale delle cose.  Vecchia idea: ormai, tutto funziona, ciò che è fatto per funzionare funziona, non si può più ridere o piangere del cattivo funzionamento del mondo. Al contrario, è il fatto che funzioni, che angoscia e fa ridere…». Questa frase mi sembra abbia ancora senso nell'Italia della "normalità" dei nostri giorni, anche se non è il caso di allarmarsi più di tanto. Perché forse, negli anni dell'Ulivo, l'occasione che la "liberazione" dell'autarchico può offrire è soltanto questa: quando tutto è tale che non è nemmeno più il caso di arrabbiarsi. Quando finalmente ci siamo soltanto noi, con tutti i nostri pregi e le nostre debolezze. Un po' di saggezza in più non vuoi dire necessariamente che siamo diventati migliori. Il bello semmai, come direbbe quell'iraniano che piace tanto a Moretti, è constatare che «la vita continua» (e funziona).

Già, il tempo passa, le cose accadono, sono accadute. Aprile, primavera (dopo le estati romane di Ecce Bombo), la stagione che annuncia una nuova vita e che finalmente dà compimento a una nuova vita. Non la vigilia delle elezioni di Palombella rossa, specchio di una crisi non risolta, statica, ma le elezioni che diventano realtà. Volendo essere precisi sino in fondo è nell'agosto '97 che Nanni scopre definitivamente non solo che la vita continua ma che è continuata senza che l'autarchico se ne accorgesse: il metro da geometri che gli porge Renato De Maria, impietosamente, sta lì a dimostrarglielo. Scoperta un po' angosciante, ma non troppo. Le merendine di una volta, le mamme che con presa salda asciugavano le teste dei bambini negli spogliatoi di una piscina, tutto questo, come ben sapeva il Michele di Palombella rossa, non tornerà più. Ma forse non è più neanche il caso di rimuginarci troppo sopra perché grazie al cielo, si ritorna nei luoghi dell'infanzia e non ci viene da piangere e nemmeno da scrivere una brutta poesia. «La partita è andata come è andata. Ma è dalla vita che mi aspettavo qualcosa di più», si affermava in Palombella rossa. Ora la partita (per la sinistra, in particolare) è apparentemente andata meglio, e soprattutto la vita ha dato qualcosa in più, qualche cosa come una nuova vita.

Nanni non ha perso il suo disgusto per il "parlare male" ma si rende conto di non avere più la voglia né la capacità di "dire" quello che è l'Italia. Neanche Moretti, apparentemente, possiede le parole giuste, lo sguardo giusto. Però di una cosa è fermamente convinto: nonostante tutto, qualche cosa bisogna pur sempre dirla («D'Alema! Dì qualche cosa! Qualcosa di sinistra. Qualcosa non di sinistra! Una parola di civiltà», urla esasperato di fronte al confronto televisivo Berlusconi vs D'Alema ).