Baarìa di Giuseppe Tornatore

Stasera alle 21:00, Rete 4 trasmetterà Baarìa. Diretto da Giuseppe Tornatore, film che nel 2009 venne presentato alla 66ª Mostra del Cinema di Venezia e, nel 2010, nominato ai Golden Globe come "miglior film straniero". Giorgio Viaro ne scrisse una recensione su Cineforum 488 (acquistabile qui) che ripubblichiamo.


George Bernard Shaw sosteneva che essere innamorati significa esagerare smisuratamente la differenza tra una donna e un’altra. Ha senso chiedere a un innamorato di moderare la propria enfasi? Di comporre le storie e le persone che popolano i suoi ricordi e definiscono la sua percezione del mondo usando preterizione, ellissi? Di riconoscere la differenza tra il dettaglio che è concrezione di un intero panorama storico e sociale, e quello che si limita a gonfiare il mucchio, che aggiungendo sottrae? E la risposta è che, forse, no, non ha senso; ma non si può nemmeno evitare di sperare che l’innamorato che si chiama all’arte sappia farlo. Che con quella preterizione, con quelle ellissi, sappia trasferire il desiderio e la malinconia, il languore eterno della perdita, il senso della (propria) storia, da sé all’osservatore. 

Diciamolo: il problema di Baarìa è che non ci sono spazi da riempire. Anzi, che di spazio non ce n’è proprio, neppure (e soprattutto) per girarsi. Che l’ossessione per le memorie eidetiche, genera associazioni povere di significante. E chi chiama in causa Fellini confonde la creazione di un Altrove che rammenta, per deficit di reale, la realtà, con un accumulo simbolico che non genera scarto alcuno. Il finale è esemplare, perché ritorna su tutte le piste aperte con una ossessività evidente: la leggenda delle tre rocce, la last-gasp gag delle sigarette, la trottola spezzata, il volo a cavallo di luoghi e decenni, la frana dei piani temporali. E altre ce ne sarebbero (uova, serpenti, bandiere e piatti di spaghetti). L’analisi sintattica non lascia adito a equivoci: l’anafora non è solo uno stratagemma, un valore aggiunto o sottratto, è la figura che informa di sé tutta l’opera, su un piano politico ancora prima che linguistico.

Accumulo di generazioni, perché la traccia di un’ideologia acquisisce peso solo attraverso le sue mutazioni storiche. Accumulo di apparizioni, ovvero l’uso della celebrità come accento sulla narrazione episodica, sui canovacci popolari, quasi servisse una trasfusione d’autorità (non dovrebbe essere contrario il flusso?). Accumulo di identità (il/i personaggio/i di Lina Sastri), alla ricerca di uno spazio prospettico in cui fotografia sociale e tradizioni magiche slittano l’una dentro l’altra. E persino accumulo letterale, con non uno, ma due personaggi (quello di Beppe Fiorello e quello di Luigi Lo Cascio) che ripetono la stessa battuta a ogni comparsa, quasi che la parola/suono diventasse metronomo lungo il succedersi dei piccoli blocchi narrativi. 

Affidare a Tornatore un budget superiore ai venti milioni (così siamo sicuri di non esagerare) per girare la storia della sua terra, della sua vita e della sua vocazione, facendosi rinfrescare dalla brezza dei pregressi trionfi (ma di tempo e di delusioni ne sono ormai intercorse), e affidandogli al contempo le sorti di uno spicchio significativo del benessere di un’industria in crisi, è un atto programmaticamente enfatico. È una dichiarazione di intenti, il sintomo di una visione. E l’opera che ne succede non può che alimentarsi di essa. O per lo meno è probabile che lo faccia. Non spiace invece, tanto meno visto il contesto, che il nucleo del testo sia l’evoluzione di una sensibilità rivoluzionaria in una sensibilità riformista, perché se la traccia può confortare o meno su un piano puramente ideologico, è comunque la dichiarazione di una resa, di una ritirata, l’esito di un pudore, vale a dire l’elegia di ciò che manca al film. A chi lo pensa, a chi lo musica, a chi lo produce, a chi trattiene sull’orlo friabile di una crisi di nervi il paese che lo manderà agli Oscar.