C'era una volta a New York di James Gray

Questa sera, alle 21:15, su Cielo andrà in onda C'era una volta a New York (The Immigrant). Penultimo film di James Gray, presentato nel 2013 in concorso al 66esimo Festival di Cannes. Su Cineforum 532 (acquistabile qui) pubblicammo la scheda di Federico Pedroni, di cui riproponiamo alcuni estratti. Ricordiamo che il film è stato anche protagonista di un articolo scritto per il focus Confronti (Uno contro uno: Gray) in cui Roberto Manassero e Federico Gironi esposero i loro differenti pareri riguardo la pellicola.


Sacrificata sull'altare di una selezione implacabile

[...] C’era una volta a New York si sviluppa da qui come una ricognizione nella scissione insanabile tra la forza di volontà, l’orgoglio di purezza della sua protagonista, e l’obbligo al compromesso, lo scendere a patti di un personaggio strutturalmente debole con una società determinista e classista. James Gray discende da una famiglia di immigrati ucraini e con questo film sembra volersi riconnettere alla storia della sua famiglia, tracciando un’epopea individuale capace di rappresentare un sentimento collettivo, quello dello straniamento, e di raccontare la fatica di sentirsi perduti in un mondo dominato da un’ostilità razionalmente incomprensibile. Nel fare questo Gray smonta il mito dell’accoglienza della società multietnica per eccellenza – gli Stati Uniti – donando alle sue forme oppressive di inclusione coatta l’aspetto di un implacabile sfruttamento di classe. L’inferno di Ellis Island è descritto come un luogo di sopraffazione e di arbitrio. Ewa è guardata con sospetto perché donna senza marito: lo sguardo maschile che mostra muscoli e prevenzione la immagina già puttana. È moralmente impossibilitata a un’integrazione perché l’assenza di un uomo al suo fianco non garantisce un ideale stereotipato e rassicurante di moralità. Una donna destinata per consuetudine alla condanna di uno sfruttamento di impronta sessista e per questo dapprima rifiutata e poi ipocritamente accolta. Ewa è reietta tra i reietti: un passato da dimenticare e un futuro che già la cataloga come perduta.

Ma nel chiudersi sullo sguardo attonito della sua protagonista, Gray non tralascia la portata collettiva di quel luogo di speranze disilluse: la luce di Ellis Island è una bruma diffusa che abbraccia un’umanità sofferente e spaesata, abbandonata alle ruvide cure di un manipolo di funzionari pronti a dimostrare la loro posizione di forza, custodi di un futuro abbandonato a una crudele casualità. L’occhio di Gray descrive una rigida struttura gerarchica in cui l’abuso di potere è pane quotidiano, specchio di un’eugenetica sociale che non ammette redenzione. [...]

In C’era una volta a New York l’indagine di Gray sembra allargarsi e abbracciare l’intera società, vista come matrigna esigente nei confronti di una piccola donna straniera destinata per forza a una sconfitta esistenziale, vergine sacrificale sull’altare di una selezione implacabile. In cui ancora una volta è il denaro lo strumento di ricatto e l’orizzonte di ogni conflitto. Ogni scambio è contestualizzato nell’avidità e nel ricatto di un mondo ferocemente capitalista. Bruno corrompe Ewa dal punto di vista morale perché il suo ruolo sociale, definito dal denaro, glielo permette. Tutto, nel Lower East Side ebraico degli anni Venti come nella Little Odessa della fine del Secolo scorso, è soffocato dall’ambizione di ricchezza, o quantomeno dalla sua idealizzazione. Ogni riscatto, ogni lutto, ogni disintegrazione dei nuclei affettivi o familiari, deriva da lì.

Questo è il modello che si impone agli occhi liquidi della polacca Ewa ma che lei – straniera, cattolica, donna senza uomo – ha l’ardire di provare a rifiutare. Ma l’inclusione è impossibile e una nuova vita è un traguardo illusorio che non si può raggiungere. In C’era una volta a New York questa rappresentazione di diseguaglianza e sfruttamento sociale passa attraverso un continuo uso metaforico dello spettacolo e della messa in scena. [...] Del resto l’unica ipotesi di salvezza per Ewa si presenta sotto le spoglie di Orlando, un prestigiatore innamorato che, come in uno spettacolo di magia, le lascia immaginare nebulosamente un futuro diverso. Fondamentale, in questa elegia dell’illusione, il racconto dello show tra le mura di Ellis Island: nulla è ciò che sembra in quel limbo di uomini senza Patria attoniti di fronte a un’America che sembra promettere un’ipnosi più che una speranza.

[...] È vero che l’evoluzione psicologica dei protagonisti è prevedibile e ostentatamente lineare: ma lo sguardo sempre più gonfio di lacrime di Ewa, l’incrinarsi delle certezze di Bruno – cattivo così fragile da rischiare di frantumarsi – e il sorriso romantico di Orlando hanno una dimensione funzionale che tende a cristallizzarsi, che non vuole mai sciogliersi in psicologismi di sorta. [...] Il melodramma familiare da sempre presente nel cinema di Gray – dalla malavita di strada di Little Odessa allo psicanalismo borghese di Two Lovers – si declina qui in una tonalità operistica che tende ad assumere i contorni di una cartolina d’epoca in cui i protagonisti si abbandonano con furore alle loro anime dilaniate seguendo un tipico percorso di dannazione/redenzione governato (finalmente!) dall’amore.

E sullo sfondo delle ciglia umide di Marion Cotillard, degli improvvisi scatti di ira di Joaquin Phoenix, degli occhi protettivi di Jeremy Renner si intuisce un percorso nella memoria collettiva che guarda più a Puccini che al Leone di C’era una volta in America. E in filigrana, nella ricerca di pace che anima tutti i personaggi, si intravede un percorso di salvezza – con più di una reminiscenza della simbologia cattolica sottolineata con forza dall’ebreo Gray – che non riguarda solo Ewa, Bruno od Orlando ma che si specchia nella città che abitano (per caso, per scelta, per destino) e animano. New York sembra riflettersi nei personaggi, sembra plasmarli essendone plasmata. Fino all’agnizione finale che prefigura lo sguardo, di appartenenza e abbandono al tempo stesso, che chiude magnificamente il film.