Cocoon di Ron Howard

Su Paramount Channel (canale 27) alle 21:10 il film del 1985 di Ron Howard: Cocoon. Leggiamo la scheda del film scritta per Cineforum 250 da Franco La Polla.


Vi ricordate quando tenevamo Ron Howard sulle ginocchia carezzandogli la testolina rossa e dicendogli che suo papà, Glenn Ford, avrebbe finito per sposare, delle tre, la ragazza giusta? E vi ricordate come eravamo fieri di lui quando finalmente si prese il diploma di liceo insieme a sua sorella e ai suoi amici (anche se poi finì per fare l'assicuratore a Modesto, California)? Lasciamo stare quei «giorni felici», e veniamo al Ron di oggi che, avendo bazzicato per Hollywood non pochi lustri, s'è messo in testa di fare il regista.

Oh, il film non è girato male, ma esiste ormai qualcuno che in USA gira i film «male»? La pellicola, diciamolo subito, è eccellentemente spielberghiana: da un lato il tema dell'extraterrestre, dall'altro quello della vecchiaia che riscatta il tempo. Insomma, un tripudio di riscosse: quella contro l'ignoto, quella contro la natura, ed altre ancora. Fatto si è che con tutta la buona volontà e l'assenza di pregiudizio, Cocoon (che, per inciso, significa «bozzolo»: ombra di Don Siegel...), ci pare d'averlo già visto, di conoscerlo già, sia in generale che in dettaglio. Ci sono uomini con le pile che corrono fra la vegetazione in cerca dei «nostri» esattamente come in E.T., ci sono vecchi che tornan bambini (o maschietti, se vogliamo) come nell'episodio «Kick the Can» di Ai confini della realtà, c'è persino una navicella che vola nello spazio (risucchiata da un'astronave) e che riporta alla mente il più bel lungometraggio dell'equipe disneyana, Peter Pan. Già in fondo tutto Cocoon è una versione anni '80 di Peter Pan: gli antareani vengono per recuperare i bozzoli dei compagni lasciati in fondo all'oceano esattamente come il bimbo-folletto entra in casa Darling per recuperare la sua ombra che ha perso. Solo che questa volta Wendy e fratelli a casa non ritornano, preferendo le meraviglie dell'isola-che-non-c'è all'amore di genitori che anch'essi non ci sono più. Se dimentichiamo che il contenuto dei bozzoli assomiglia più allo zombie tagliato a metà di Il ritorno dei morti viventi, il film del piccolo Ronnie è davvero un cartone animato: persino gli antareani - una volta liberatisi dell'involucro umano esattamente come Kirk Douglas delle sue maschere in l cinque volti dell'assassino - svolazzano in accappatoio come lo Spookie del famoso cartoon.

Il lettore smaliziato ha già colto il senso di tutti i «come» e gli «esattamente» precedenti: Cocoon è un film collage, una pellicola fatta di tanti pezzi, grandi e piccoli, tratti da altrettanto grandi e piccoli film (per lo più piccoli). L'impaccio e lo humour del giovane capitano della barchetta rimandano a quelli dell'oceanologo di Lo squalo (il quale, fra l'altro, non ci risparmia un «Che la forza sia con voi!» al momento del commiato finale) e la fiamma che si sprigiona prima del «contatto» fra questi e la giovane antareana è a metà fra Automan e Ghostbusters.

La fonte della giovinezza è una piscina, Ponce de Leon scrollerebbe le spalle. E lo farebbe persino Nathaniel Hawthorne, del quale gli studiosi continuano a citare i soliti (e bellissimi, per carità) «La figlia di Rappaccini» (ebbe una versione cinematografica), «Il velo nero del pastore» e «Young Goodman Brown» lasciando chissà perché sempre in ombra il delizioso e triste «L'esperimento del Dr. Heidegger» (tutti compresi nei Twice Told Tales), il cui tema è, ancora una volta, la riconquista della giovinezza da parte della vecchiaia. Anzi, se la ciurma di vecchietti che si fa risucchiare nell'astronave quel racconto se lo fosse letto forse avrebbe desistito dall'idea di entrare nell'eternità di un'altra cultura cosmica: la giovinezza agli umani, Hawthorne ha dimostrato, non fa mica tanto bene una volta che essa dovesse essere miracolosamente recuperata. Ma in fondo, come dice Hume Cronyn avviandosi verso la piscina fatata: «Perché no?». Se non altro avremo così l'occasione di vedere in scena mezzo gran mondo attoriale americano d'una volta: Don Ameche, Maureen Stepleton, Jessica Tandy, lo stesso Cronyn, la straordinaria Gwen Verdon, che ha ancora un paio di gambe da far girar la testa e una figura che c'è da mangiarsi le mani a non averla vista recitare e ballare a suo tempo sulle scene di Broadway in Damn Yankees! o in qualche altro hit (del primo esiste però una versione cinematografica del 1958 mai giunta in Italia diretta da Donen e Abbott: davvero deliziosa).

l nostri vecchietti saltano, ballano, si tuffano, amoreggiano: lo schermo si riempie delle loro gesta dopo quei favolosi bagni, ed è allora che comprendiamo come la fonte della giovinezza esiste, sì, ma non è quella finta, convenzionale della piscina, bensì proprio quel cinema che permette loro ancora una volta di essere giovani, di rivivere ricordi e trionfi. E se la musica di James Horner scopiazza - soprattutto nelle scene «cosmiche» - quella di John Williams non importa. Come Jimmy Stewart all'angelo Clarence anche i nostri amici gridano alla mdp: «Fammi vivere ancora!». Davanti a questo miracolo tutto il resto non conta.