Cogan - Killing Them Softly di Andrew Dominik

Cogan - Killing Them Softly, noir di Andrew Dominik che nel 2012 partecipò in concorso al Festival di Cannes, sarà trasmesso questa sera, mercoledì 14 giugno, su Iris alle 21. Per l'occasione, presentiamo la recensione che Rinaldo Vignati scrissi per il n. 519 di Cineforum.


Dopo un film ambizioso (e sostanzialmente irrisolto) come L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, coi suoi tempi dilatati, l’esibita artisticità della sua fotografia, Cogan, lavoro più sbrigativo e di più facile fruibilità, rappresenta per Andrew Dominik un evidente ridimensionamento delle velleità “autoriali”. È però altrettanto evidente che, con la sua opera numero tre, il regista di origine australiana continua comunque a lavorare su una revisione dei generi classici del cinema, adottando un approccio esplicitamente antieroico, e girando sempre attorno ad alcuni temi ricorrenti. In particolare, quello della solitudine e quello del contrasto tra realtà e rappresentazione mediatica della stessa, temi che suggellavano la conclusione del suo film d’esordio, Chopper – dove il protagonista, dopo essersi visto alla tele- visione trasformato in un mito con fan club sparsi per la Nazione, si ritrovava, alla chiusura della cella, irrimediabilmente solo – e ritorna- vano poi anche in L’assassinio (nella vita solitaria ed esposta ai capricci del caso dei suoi personaggi e nella trasfigurazione della realtà operata dagli articoli e opuscoli su Jesse James collezionati da Ford e poi nella rappresentazione teatrale dell’assassinio).

In Cogan il contrasto realtà/rappresentazione mediatica è data dalla costante presenza di schermi televisivi o trasmissioni radio dai quali possiamo sentire le parole dei politici americani (il film è ambientato nel 2008, tra la fine del mandato di Bush e l’inizio di quello di Obama). A volte, queste parole amplificano e sottolineano le analogie tra la crisi economica globale e la crisi del sistema criminale descritto nel film. Altre volte, invece (quando Bush rassicura sul superamento della crisi o Obama enuncia come tangibili realtà le speranze di rinnovamento), le parole fanno da controcanto alla desolazione della realtà, creando un contrasto da cui emerge il carattere fasullo e retorico di quelle stesse parole. Questo contrasto trasforma dunque la solitudine in cui sono immersi i personaggi higginsiani, e la loro mancanza di speranze, in sin- tomo della crisi di un sistema sociale ed economico.

[…] Quel che emerge con certezza è lo sguardo pessimista su una realtà che sembra non offrire soluzione o vie d’uscita, chiusa in una inesorabile staticità che rende illusoria qualsiasi pretesa di cambiamento. Il motivo della scelta è ricorrente nel film (i personaggi sono messi spesso di fronte a un dilemma, a una possibilità di scelta: scopare o presentar- si all’appuntamento con Scoiattolo?), ma, ogni volta che qualcuno prospetta ad altri la possibilità di modificare la realtà («Tu puoi ancora cambiare le cose, puoi fare delle scelte», dice Cogan a Frankie), lo sta ingannando, come gli sviluppi della vicenda poi evidenziano. Trasponendo ai giorni nostri la trama di Higgins e aggiungendovi il basso continuo dei discorsi televisivi su politica ed economia, Dominik ha dunque trovato lo spunto per utilizzare una vicenda criminale come rappresentazione, a un tempo fedele e distorta, di un sistema capitalista in difficoltà: nelle vicende che seguono la rapina alla bisca si possono così ritrovare sia il declino della fiducia che è al centro della grave crisi economica iniziata nel 2007, sia la lentezza e le incertezze nelle risposte dei vertici politici.

[…] Come crime story, Cogan ha frammenti che, pur appartenendo alla categoria del già visto, funzionano (la rapina raggiunge una buona tensione, questi piccoli commessi viaggiatori del crimine dalle vite squallide e penosissime sono ben disegnati da alcuni dialoghi), ma spesso indulge in un compiaciuto effettismo (tutti quei ralenti) e ha un protagonista, Cogan, che, restando in bilico tra il cavaliere dell’apocalisse (ad accompagnare la sua entrata è The Man Comes Around, un brano scritto da Johnny Cash) e un anonimo impiegato del crimine all’interno di un’organizzazione impersonale, finisce per essere figura a tratti un po’ sfocata.