Dogville di Lars von Trier

Questa sera su Iris (canale 22) alle 21:05 Dogville di Lars von Trier. Fabrizio Tassi ne scrisse una recensione dialogando con un (immaginario?) interlocutore. Per ragioni di lunghezza abbiamo dovuto (ahinoi) tagliare alcune sezioni, tra cui prologo ed epilogo. Vi consigliamo di recuperare il testo completo su Cineforum 430 (in versione cartacea e pdf).


La grazia, l’America, l’arroganza

Recensione

Dove l’ammiratore devoto tenta un’analisi dello specifico filmico di Dogville e l’affezionato nemico veste i panni del disturbatore importuno, salvo poi convenire con l’avversario sul senso della Grande Metafora (a dir poco discutibile).

[...]

– … la solita esibizione del tipo «guardate cosa riesco a fare»...

– … la solita sfida (Dogma) con diversi significati. Faccio un elenco? 1. mettere in primo piano (alla berlina, quasi con sarcasmo) la menzogna e la manipolazione del cinema. 2. concentrare l’attenzione su ciò che nel cinema è davvero importante, aspettando che dalla finzione nasca una qualche verità. 3. dare visibilità alla metafora della trasparenza e dell’ipocrisia condivisa del «tutti sanno tutto di tutti», visto che gli abitanti di Dogville conoscono le reciproche deformità e disperazioni, e fingono che non ci siano per non distruggere l’illusione della comunità. 4. Disegnare la mappa astratta di quell’illusione di comunità e democrazia, che assomiglia all’America e all’umanità che siamo tutti, con i suoi spazi di solitudine, di illegalità, di miseria, di benessere fine a se stesso, con l’organista che aspetta God(ot) e uno scrittore psicologo moralista al posto del prete e del sindaco. In Dogville non ci siano né Stato né Chiesa, per non parlare di Dio.[...]

– Ciò che colpisce non è la novità dell’approccio, ma la sua qualità. È il modo in cui Lars von Trier riesce a tenerti sospeso tra la fede e l’empietà (nei confronti del film), è la sua capacità di dire e fare il falso, costruendo contemporaneamente la verità universale dei suoi personaggi.

Mi sembri un po’ confuso. Io questa “sospensione” non l’ho proprio vista. Semmai ho visto un gran lavorio di steadycam, intere scene in campo e controcampo e spesso il tentativo di stringere sui personaggi e abbassare l’inquadratura, in modo da escludere l’assenza della scenografia. Direi che l’intento di von Trier era, più banalmente, quello di sgombrare il campo dagli artifici (lo dico anche se mi viene da ridere) e lasciare il campo agli uomini, alle donne e alle emozioni (e rido di nuovo). Per questo mi fa ancora più rabbia il modo in cui maltratta i suoi personaggi, trattandoli come pupazzi. Vedi i frequenti stacchi in totale, sulla falsità della scena, per far vedere che sta controllando la situazione e noi siamo ospiti nel suo speciale laboratorio per topi. A lui la “verità” non interessa. Lui non fa cinema, lui usa il cinema.

– E lo usa benissimo

Anche su questo ho i miei dubbi. Li ho sempre avuti. Tutto quell’agitarsi intorno agli attori, quei movimenti “alla Dreyer”, quel “fare cinema con la mano sinistra”, quell’uso-abuso scientificamente casuale dell’ellissi, mi sembrano semplicemente brutti. Perché bisogna pur dirlo che un film come Dogville è innanzi tutto una brutta esperienza cinematografica, per la sua rozzezza, per la pedanteria, per la noia didascalica…

– Curioso. Stavo proprio per dire l’esatto contrario. Stavo riflettendo sul fatto che Dogville è, prima di ogni discorso, un formidabile godimento cinematografico. Bisognerebbe farci uno studio su questa diversità di percezione. È po’ sospetta. A me è sempre piaciuto quel suo modo di colloquiare con gli attori, di pressarli, di ondeggiare e temporeggiare, aspettando l’attimo giusto, che arriva all’improvviso e bisogna prenderlo al volo. È un modo anche fisico (per come usa la camera von Trier) di costringere il cinema a uscire allo scoperto. E questa volta è tutt’altro che ostentato. Mi piace anche il montaggio ellittico, le sgrammaticature ricercate, quella voglia quasi cubista di tenere insieme i punti di vista, gli spazi e i tempi. Ma a parte la tecnica di ripresa, mi sembra evidente che Lars von Trier faccia dell’ottimo cinema. E questo strano film fasullo, che comincia lentamente in mezzo al nulla, che ti sembra impossibile possa reggere più di mezz’ora, che cresce a poco a poco, sempre di più, e poi precipita lasciandoti senza fiato, è una dimostrazione di talento puro. Per l’edizione italiana ha tagliato quaranta minuti. Poteva anche aggiungerne cinquanta e l’effetto sarebbe stato lo stesso. Reggeva benissimo le tre ore, rende molto bene nelle due ore e venti […]

– Perché Dogville è anche un film che parla dell’uomo a prescindere dall’America. Parla dei bisogni, degli istinti, degli ideali degli uomini. E parla di ciò che incancrenisce ogni comunità fatta di uomini. «Credo che questo paese abbia dimenticato tante cose», dice Paul, che organizza la sua “missione morale” a Dogville. È un prete-filosofo-politico che decide, in astratto (un paese non può crescere sul nulla), l’esperimento dell’accoglienza. «Educare all’accettazione dà una piacevole sensazione di supremazia». Ci sono tante cose di cui la gente di Dogville non ha bisogno e che Grace può dare.

Ma Grace è anche «l’arroganza del perdono», è quella che pensa di poter dire la verità (il cieco è un cieco), che insegna ai bambini la dottrina dello stoicismo, che non si ribellerà neppure quando tutti gli uomini la violenteranno a turno, «perché la gente di qui sta facendo il meglio che può, nonostante le circostanze ». E Grace era davvero una tentazione troppo forte. È la solita martire di Lars von Trier, ma in versione sociologica (Bess era la mistica, Selma l’artista sognatrice). Ed è pericolosa.

– Con la differenza che stavolta la Grazia diventa dannazione, che la compassione si trasforma in vendetta. Non c’è speranza: Dogville va liquidata. Il gangster smonta le nostre belle teorie progressiste sui contesti e le circostanze e argomenta che «bisogna dare alla gente la possibilità di pagare per il male che fanno». E così l’America viene messa a fuoco e noi siamo ancora l’America. Abbiamo distrutto il male, ma lo abbiamo interiorizzato. L’essere umano più dolce e sensato è pur sempre un essere umano, una belva che fa uccidere i figli sotto gli occhi della madre. La legge dell’amore ha lasciato il posto all’occhio per occhio. E tutto ciò è perfettamente normale e accettabile. Pensavamo che l’America fosse Dogville e scopriamo che l’America è anche Grace, quella che vuole eliminare Dogville «per il bene delle altre città e dell’umanità intera».