Donnie Brasco di Mike Newell

Questa sera su Rai 4 (canale HD 521) alle 21:10 Donnie Brasco di Mike Newell con Al Pacino e Johnny Depp. Abbiamo ripreso quanto scrisse Stefano Della Casa su Cineforum 369 e vi proponiamo alcuni estratti.


Donnie Brasco è uno di quei casi (sempre più rari, ormai) in cui un coacervo di elementi riesce ad avere la meglio su una regia che non è mai all'altezza dell'assunto. Nel senso che la magnetica capacità degli attori di debordare dai limiti che vengono loro imposti, la loro capacità di giocare fino in fondo tutti i loro attrezzi del mestiere, la tensione che riescono a immettere in ogni loro apparizione sullo schermo sanno riscattare le inevitabili vischiosità di un regista che ama le sceneggiature molto articolate, gli story-board che chiudono ogni possibilità di intervento sul set, la prevedibilità che va sempre di pari passo con il "politicamente corretto” del suo primo successo, Ballando con uno sconosciuto.

[…] L'ambientazione anni Settanta, che viene insistentemente sottolineata all'interno di tutto il film, riesce a creare un contesto di riferimenti molto forte e decisivo per quanto riguarda la sua riuscita. E da poco tempo che quel decennio, off-limits fino a pochi anni fa, è entrato decisamente nel modernariato. Dopo gli anni Cinquanta con i loro ribelli senza causa e gli anni Sessanta con i loro graffiti nei quali faceva sempre capolino la guerra del Vietnam, gli anni Settanta vengono restituiti con una tonalità di fondo che è quella di un'epoca in cui le tensioni sociali vanno rientrando e la nuova organizzazione del mondo inizia a prendere corpo, a percorrere quel tragitto che porterà dritto dritto agli anni Ottanta e al nuovo ordine che dominerà il mondo e avrà il suo culmine alla fine del decennio, quando il muro di Berlino abbattuto a furor di popolo sanzionerà la fine degli equilibri internazionali e interni così come erano stati pensati dal dopoguerra fino a quel momento. […]

Il mondo che frequentano Johnny Depp e Al Pacino, a giudicare dagli interni degli ambienti in cui vivono, è quello del ceto socialmente meno elevato ma che coltiva alcune ambizioni. Per la verità, il discorso vale soprattutto per Pacino e per i vestiti che indossa, per la casa in cui vive; Depp invece caratterizza con gli stessi elementi una maggiore ambiguità, che poi è anche la stessa del ruolo che interpreta. Il passaggio epocale potrebbe essere quindi quello in cui la malavita cessa di essere il mondo romantico e popolato di uomini veri che era stata fino a poco tempo prima (in America, poi, il gangster è stato fino a quel momento rappresentato come un self-made man, un'impersonificazione quindi - se pur negativa - del mito americano). Da quel momento, in virtù soprattutto del fiume di narcodollari che i gangster si trovano tra le mani e che centuplica in poco tempo il fatturato annuale medio del crimine, subentra un'altra organizzazione ed emerge una nuova classe dirigente; e la pianificazione del profitto diventa l'essenza stessa dell'industria del crimine, non più legata a singole individualità ma alla capacità di raggiungere i traguardi prefissi, non più intesa come antagonista alla società "normale" ma capace di emergere proprio nella misura in cui riesce a riciclare quanto produce, a inserirsi nel mondo del "profitto pulito", a condizionare sapientemente quelle strutture e quei centri di potere che prima erano vissuti invece come antagonisti.

[…] Al Pacino è un simpatico dinosauro sul quale si concentra, proprio come avveniva una volta, la simpatia del pubblico; quella stessa simpatia che naturalmente non toccherà mai il malavitoso-manager. E un giovane infiltrato, legato a nuovi schemi e capace di accattivare il vecchio boss proprio in virtù del nuovo modo che ha di confrontarsi con i problemi di gestione, è l'elemento indispensabile per il passaggio, il cavallo di Troia attraverso il quale passano le novità che cambieranno il quadro.

Insomma, Donnie Brasco potrebbe anche essere visto come una fiction sociologica. Quello che consente di fare il passaggio decisivo, la carta in più che gli consente di essere un film inquieto e inquietante, è fornita, proprio come si diceva prima, dal contributo dei due attori. Al Pacino è burbero, romantico, feroce, capace di racchiudere in una sola strizzata d'occhio un mondo che si spegne. Si siede incurvandosi leggermente, non si preoccupa nemmeno più (come faceva una volta, ma non in Heat - La sfida) di nascondere la sua bassa statura apparendo in piedi in mezzo ad attori molto più longilinei, rifiuta praticamente il make-up per mostrare l'età avanzata. Johnny Depp è simpatico e sfuggente, brillante e svelto; non ha la carica utopica che lo caratterizzava in Ed Wood né l'affiato sacrificale di Il coraggioso, è semplicemente figlio del suo tempo e sta svolgendo il lavoro per il quale viene pagato. La loro presenza filmica, la loro contrapposizione è il vero rimando che scandisce tutta la storia, lasciando forzatamente in secondo piano tutte le implicazioni sociologiche e di sceneggiatura delle quali si parlava prima e che costituivano l'obiettivo prefisso dal regista al film e al suo lavoro. Proprio in questo iato si trovano le emozioni più belle; ogni colloquio tra i due diventa un momento dentro il quale lo spettatore si isola dall'azione del film e cerca di scrutare in ogni loro mossa, in ogni loro espressione come la vicenda andrà avanti. Poteva essere un film politicamente corretto, prevedibile, scontato: ne è venuto fuori un film intenso, partecipato, emozionante. Poteva essere un manifesto della "qualità europea" alla conquista di Hollywood; è invece la conferma che il cinema americano di oggi è interessante al novanta per cento grazie al contributo degli attori, alla loro magnetica capacità di attrazione. Letto in questa chiave, è uno dei film più interessanti dell'anno.