Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola

Il primo giorno dell'anno Rai 4 (canale 21) alle 21:00 trasmette Dracula di Bram Stoker (1992) diretto da Francis Ford Coppola. Cineforum 321 dedicò uno speciale con gli articoli di Franco La Polla ed Emanuela Martini (che curò anche un interessante inserto fotografico). Pubblichiamo alcuni brevi passaggi del lungo pezzo di Emanuela Martini che traccia il percorso di Dracula da Stoker, passando da Murnau, Bela Lugosi, il ciclo Hammer fino al film di Coppola. (Suggeriamo di recuperare entrambi gli articoli integralmente, disponibili sulla rivista, anche in versione cartacea).


Il ballo dei vampiri

Dracula nasce dalla penna di un irlandese nel 1897, quando il romanzo gotico propriamente detto ha già terminato la sua parabola e ha dato origine alla narrativa poliziesca alla Sherlock Holmes e a forme di orrore più moderno alla Edgar Allan Poe. Bram Stoker (che in realtà si chiama Abraham, come Van Helsing) fonde vecchi temi gotici (come quello dell'antieroe oscuro, maledetto e irredimibile) con la forma epistolare, divenuta popolarissima qualche decennio prima con The Woman in White di Wilkie Collins.

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È chiaro che il dandy di Coppola (letteralmente un dandy, dalla cima della tuba smisurata, agli occhialini, alla passione per l'assenzio, cui spetta un'ode non meno appassionata che al sangue e una visione pari a quella di Nastassja Kinski nel bicchiere in Un sogno lungo un giorno), questo dandy che sa colpire con un solo sguardo («vedimi ora!») e sa affascinare le donne virtuose con belle maniere un po' esotiche e con i segreti dei cibi, dei gioielli (le lacrime mutate in diamanti) e delle invenzioni bizzarre (il cinema, naturalmente), viene dritto da Byron, da Baudelaire, dal Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde. E questa è un'invenzione fedele di Coppola: fedele al secolo e agli umori in cui lord Ruthwen e Dracula furono immaginati, in cui l'eccentricità e l'eleganza elevate a filosofia di vita e ad arte rappresentarono una delle risposte (talvolta la più estrema) al perbenismo ipocrita e schiacciante. Il vampiro di Coppola non catalizza solo la sensualità repressa, ma anche la qualità estetica della vita, fino alla follia estrema della passione amorosa.

Romanticismo 1

Il primo vampiro che si presenta sullo schermo tutto azzimato e stabilisce un'iconografia che durerà trent'anni veste in abito da sera, con cappa, sparato e cravattino. Insieme a Frankenstein, Dracula è il capofila della serie di mostri che la Universal mette in cantiere all'inizio degli anni '30. La sceneggiatura è basata sulla commedia che l'inglese Hamilton Deane ha tratto nel 1924 dal romanzo di Stoker e che ha avuto un grande successo sia a Londra che a Broadway. Commedia e film accentuano il romanticismo più immediato del personaggio, trasformando l'invasore sanguinario di Stoker in un esotico uomo fatale, non meno sanguinario, ma certamente più fascinoso. Protagonista della versione teatrale americana e del film è un attore di origine ungherese, semi-sconosciuto nonostante sia già vicino ai cinquant'anni: Bela Lugosi Blasko. Con Boris Karloff diventa il padre putativo di tutti i mostri cinematografici futuri.

Prima di lui, nel 1922, c'è stato l'incubo terrificante del Nosferatu di Murnau, molto vicino a Stoker nonostante sposti I'azione da Londra a Brema e nonostante tolga al vampiro ogni ombra di sex appeal. Il conte Orlok di Max Schreck trasmette l'orrore allo stato puro, circondato e preceduto da rovine, ombre minacciose e orde di topi. Il romanticismo di Nosferatu è quello estremo del terrore, non un terrore floreale, ma stilizzato e agghiacciante, nato dall'espressionismo. E il romanticismo delle ombre e di una concezione cinematografica, che Coppola coglie con molto acume nel suo film, riprendendo più il terrore della visione pura (la lunga ombra di Dracula che si muove autonoma, i topi che all'improvviso invadono la scena) che non quello del personaggio. [...]

Dopo il successo degli anni '30, l'horror entra nella routine della produzione di serie B. I panni di Dracula vengono. presi da Lon Chaney Jr. in Son of Dracula (1943) di Robert Siodmak e da John Carradine in House of Frankenstein e House of Dracula diretti nel '44 e nel '45 da Erle C. Kenton. [...] Come segnala chiaramente il film di Siodmak (dove Dracula viene sedotto da una donna fatale alla ricerca dell'immortalità attraverso l'unione con il vampiro), gli anni '40 all'incubo sanguigno dell'horror preferiscono quello più inquieto del noir, dove la minaccia sembra essersi materializzata nella sensualità femminile. Il prossimo Dracula centrerà proprio sul sesso la propria carica disturbante.

Romanticismo 2

La nuova stagione dell'horror matura sulla crisi di un'antica potenza occidentale. Cresce sulle rovine di Suez e sull'abbattimento del perbenismo che dura dal secolo vittoriano. Il nuovo Dracula è esigente, violento e insensibile come un antico aristocratico britannico, anche se le sue vittime non sono più paesani e contadine indifese, ma soprattutto i solidi borghesi vittoriani. Il ciclo Hammer che esplode nel 1958 con Dracula di Fisher, segue nello spirito il testo di Stoker facendo venire in superficie proprio tutto quel rimosso sessuale, quel terrore-attrazione per l'alterità, quella dinamica fra razionalità, misticismo stregoneria, che correvano sotto le pagine del libro e, in genere, sotto la narrativa britannica sette e ottocentesca.[...]

Il vampiro diventa di carne e di sangue. Le sue spose e le sue vittime hanno le forme procaci e i déshabillés mezzo trasparenti di moda negli anni '60, e sempre diventano molto più belle e vive dopo l'unione simbolica col conte. [...] In quindici anni, la tradizione orrifica è mutata radicalmente, complici Roger Corman e il suo ciclo da Poe, la Hammer e tutte le compagnie di produzione che si misero sulla sua scia. Nacquero Dracula spagnoli (di Jess Franco, che riprende il personaggio di Renfield, interpretato da Klaus Kinski), italiani, messicani, francesi; quasi sempre Christopher Lee e spesso in parodia. Poi, con gli anni '80, le creature orrifiche tradizionali vengono abbandonate per incubi e mutazioni più attuali e inquietanti. Ma è stato certamente il terrore erotico della Hammer che ha aperto la strada agli accoppiamenti insoliti della Mosca e alle vertiginose esibizioni della Cosa, anche se l'immaginario di Cronenberg e Carpenter è lontanissimo da quello gotico-vittoriano.

Chi invece non ne è poi tanto lontano è Coppola. Vero "uomo rinascimentale” sul piano delle immagini, Coppola non nasconde debiti e tributi: Murnau, Shining di Kubrick, La bella e la bestia di Cocteau, persino Adele H di Truffaut (via Isabelle Adjani in Nosferatu di Herzog, naturalmente, ma tanto più visibilmente ossessionata dalla passione amorosa, proprio come l'eroina di Truffaut) e molto altri. Ma fra tutti questi altri, per una volta, c'è (e in primo piano) l'immaginario del cinema di genere, della Hammer appunto, con tutto il suo kitsch, ma anche con tutta la sua compatta coerenza suggestiva. È come se l'iconografia Hammer avesse impregnato la leggenda, e Coppola ripartisse da lì, da questo universo acquisito, per rielaborarlo in una caleidoscopica teoria della visione e in una nuova interpretazione (o forse solo un ulteriore approfondimento) del mito.

[...] quello con cui Coppola si discosta decisamente dalla Hammer è Van Helsing, ricondotto a un ruolo secondario, vagamente laido e a tratti macchiettistico. Non ricorda più l'eroe asessuato e implacabile del ciclo Hammer, il Van Helsing di Peter Cushing, ma piuttosto uno degli assistenti del barone Frankenstein, Thorley Walters in Frankenstein Created Woman di Fisher, quando non addirittura il professar Abronsius di Jack MacGowran in Per favore non mordermi sul collo di Polanski. Certamente, il Dracula di Coppola non avrebbe sopportato un antagonista capace di rubargli la scena e le inquietudini; ma il regista inserisce comunque un personaggio che richiama Peter Cushing, Richard E. Grant nella parte del dottor Seward, intento alle sue pratiche con i pazienti del manicomio, soddisfatto di una stanzetta monacale. È un discendente diretto non di Van Helsing ma del barone Frankenstein di Cushing e Fisher, tutto nervi e rigore, in maniche di camicia e grembiulone di cuoio. E che dire di quella scala un po' in rovina attraverso la quale si accede alla camera di Lucy? È la scala di tante cripte e di tanti balconi non abbastanza custoditi. E forse l'abbiamo vista anche da qualche altra parte più alta, ma disseminata di erbacce e spazzata dal lungo mantello della protagonista: la scala della villa nella Costa Azzurra che Vicky Page sale per andare a incontrare il diabolico Lermontov. Scarpette rosse di Powell e Pressburger. Stesse radici immaginarie della Hammer ma anche una delle storie d'amore più gotiche e appassionate del maestro riconosciuto di Coppola, Powell, che aveva (come Coppola) il coraggio di trasformare le lacrime in diamanti e di mettere insieme tutto il kitsch del mondo per fare opere d'arte capaci di colpire al cuore e agli occhi un pubblico sterminato.