Drive di Nicolas Winding Refn

Questa sera su Cielo alle 21.15 torna Drive di Nicolas Winding Refn, un film e un autore intorno al quale ci è sempre piaciuto discutere; per questo siamo sempre contenti di segnalare quando c'è la possibilità di rivedere uno dei suo film. Ecco un estratto della recensione di Giacomo Calzoni sul numero 508 di Cineforum (naturalmente disponibile per l'acquisto anche in pdf).


Drive è il film nel quale convergono tutte le tensioni del suo cinema, trasfigurate però in altro. È il film nel quale più o meno tutti, detrattori e sostenitori, hanno visto agitarsi il fantasma di Driver l’imprendibile di Walter Hill, senza dimenticare ovviamente William Friedkin e Michael Mann. Ma quello delle citazioni si riduce subito a giochino cinefilo piuttosto sterile, al quale Refn non sembra minimamente interessato: se è vero che il suo film trasuda fino all’inverosimile tutto il cinema che ha visto, assimilato e amato, lo fa come gesto d’amore inconsueto e purissimo, come atto di condivisione nei confronti dello spettatore. Dopodiché, è subito pronto per spiccare il volo e andare diritto per la sua strada. Non a caso infatti liquida velocemente gli stilemi del genere nei primi dieci minuti, una straordinaria sequenza di silenzi e tensione che parrebbe indirizzare Drive verso territori che invece, alla fine, non verranno affatto presi in considerazione.

Refn inserisce alla perfezione l’universo del suo film entro parametri che tutti conosciamo fin troppo bene: la strada, la rapina, il bottino, i tradimenti. La morte. O ancora, le enormi carreggiate di Los Angeles illuminate di arancione e viste perpendicolarmente dall’alto, che sembrano provenire direttamente da Collateral. Ma il suo non è un cinema che si pone cannibalicamente nei confronti di quello di un passato più o meno recente: piuttosto, lo utilizza come specchio per illumi- narne il controcampo.Tutto è giocato entro i confini di un’atmosfera sospesa e inquietante, quasi irreale, che in Drive diventa il set vero e proprio: scegliendo di adattare il proprio sguardo a un progetto non suo, Refn infatti non rinuncia a collaborare attivamente ai dettagli del copione di Hossein Amini, attuando scelte precise che possono rendere bene le idee che più gli stanno a cuore. Un esempio valido in tal senso è la scelta di mostrare l’attività di stuntmen del protagonista, impegnato di giorno nei set di film d’azione: caratteristica presente nel romanzo di James Sallis, ma assente nella prima stesura della sceneggiatura. Infatti, in Drive il cinema è una presenza costante e invisibile, un’ombra che sembra fare capolino continuamente a ogni angolo di strada, a ogni gesto, a ogni sguardo. Non a caso lo stesso villain interpretato da Albert Brooks racconta della sua attività di produttore di pellicole erotiche e d’azione negli anni Ottanta («Ai critici piacevano i miei film, ci trovavano un tocco europeo. Per me invece erano solo merda»), come a sottolineare un riferimento onnipresente e asfissiante che anche lo score elettronico di Cliff Martinez amplifica a dismisura.

Ma è un universo dal quale Drive sembra distaccarsi sempre più, lavorando tanto di sottrazione quanto di astrazione. Se il protagonista senza nome è il classico luogo comune del genere (da Clint Eastwood al già citato Driver), tutte le coordinate sembrano puntare verso la direzione opposta rispetto a quella che ci si aspetterebbe. Tutto il film è un progressivo azzeramento e annullamento del protagonista rispetto all’intreccio noir che gli viene costruito intorno; e questo processo di smaterializzazione trova la sua genesi nell’unico motore narrativo che sembra interessare davvero a Refn: l’amore. In Drive assistiamo alla metamorfosi da personaggio a ruolo, e poi ancora più a fondo, da maschera a ombra, una semplice proiezione sul selciato. Per morire (e forse rinascere) sulle note della canzone che aveva accompagnato le sequenze con la bella e dolce vicina di casa: un amore che non andrà mai oltre una tenera stretta di mano, perché il ritorno a casa del marito ex galeotto scatenerà – non volutamente, ma inevitabilmente – un vortice di violenza e autodistruzione incontro al quale l’eroe andrà incontro con la consapevolezza di non poter agire altrimenti, spinto da quell’etica del sacrificio impostagli dal ruolo (e, ancora di più, dal sentimento).

La prevedibilità del copione diventa quindi funzionale al regista per riflettere sulle forme del genere, ma soprattutto per evaderne: sembra rispettare le regole imposte dal gioco, ma in realtà le aggira (o meglio, le ignora) con abilità, riducendo al minimo le sequenze di car-chase e concentrandosi sul vuoto, sulla sospensione dei corpi e dei luoghi (il corridoio che separa le due abitazioni, le spogliarelliste inanimate dentro lo strip club, la maschera di lattice come ultima trasformazione); pure le tanto conclamate sequenze di violenza sembrano rarefatte e istantanee, e comunque lontanissime dalle follie deflagranti a cui eravamo abi- tuati dai tempi di Pusher e Bleeder (dal quale riprende l’ultima inquadratura, nella scena del bacio in ascensore). La fuga messa in atto con Drive è quindi l’ossimoro intorno al quale vive e cresce il film stesso, che sembra sì imprigionare personaggi ed emozioni dentro uno stile raffinato e controllatissimo, ma che allo stesso tempo li catapulta altrove. Fuori, al di là dei confini del visibile, come nella sequenza finale: un (ultimo?) viaggio in macchina e un corridoio percorso con la malinconia nel cuore. Due strade parallele che però (forse) riusciranno a incontrarsi, ma che a noi comunque non è dato sapere.

In definitiva quindi, come non pensare a Drive se non come a un atto di amore totale? Se è pienamente comprensibile – ma non necessariamente condivisibile – lo scetticismo dinanzi agli eccessi teorici di un Bronson o alle pretese autoriali di Valhalla Rising, stavolta l’approccio di Refn al mondo che mette in scena è di quelli che agiscono a nervi scoperti: non si allontana dal Genere per guardarlo dall’alto verso il basso, e certamente non ne prende le distanze. Piuttosto, lo apre e lo squarcia a metà per portare alla luce il cuore che vi pulsa all’interno. Ed è un cuore che vive e che batte. Che ci riguarda tutti e che ci ricorda che in ultima analisi stiamo parlando di cinema: i massimi sistemi come i concetti di Bene e di Male (tanto cari ai provocatori pro o contro Refn) andrebbero forse discussi in ben altre sedi.