Flight di Robert Zemeckis

Questa sera su Paramount Channel (canale 27) alle 21:15 Flight di Robert Zemeckis. Ecco cosa ne scriveva Rinaldo Vignati su Cineforum 522 del marzo 2013.


Il dramma sulla dipendenza da alcool e/o droga è un filone del cinema americano molto nutrito, che si intreccia con vari generi – abbiamo visto lottare con la bottiglia, talvolta soccombendovi, talvolta sconfiggendola, pistoleri del Far West, scrittori, avvocati, musicisti. In questo filone si inserisce ora, con una certa originalità, Robert Zemeckis, che ritorna al cinema “dal vero”, dopo una lunga parentesi digitale dedicata all’esplorazione delle tecniche di motion capture (i buchi sulla pelle, le cicatrici, le gambe zoppicanti sembrano un programmatico ritorno al corpo – sul corpo malconcio di Denzel Washington punta l’occhio della sua telecamerina John Goodman, in quella che sembra un’esplicita dichiarazione d’intenti del regista, che pone una rinnovata attenzione alla fisicità dei suoi personaggi).

Raccontando il superamento di una dipendenza, Zemeckis ribalta la struttura narrativa classica di queste storie. Se, tipicamente, l’impresa decisiva (il duello in un western o la ritrovata capacità di suonare) è posta al termine della battaglia dell’eroe con se stesso e segna la ritrovata dignità, la riconquistata “retta via”, in Flight l’azione eroica è invece posta all’inizio, quando il protagonista è nel pieno della sua dipendenza (dall’alcool e dagli stupefacenti).

In tal modo viene reso più complesso il processo di identificazione dello spettatore. Se in un classico “recovery movie” l’identificazione/transfert tra lo spettatore e il personaggio segue un processo catartico abbastanza lineare (in cui appare fin da subito chiaro quale sia il bene da raggiungere e quale il male da superare, per quanto attraente), in Flight il processo diventa più sfaccettato: lo spettatore si trova combattuto tra lo sposare il punto di vista iniziale del protagonista (oggettivamente l’alcool e la cocaina non hanno compromesso le capacità del pilota, anzi gli hanno forse permesso di diventare più ardito e azzardare una manovra che, da sobri, altri piloti non sono in grado di compiere), e quindi stare dalla sua parte, quando cerca di preservare la sua libertà anche di abusare di alcool e droghe, e l’adottare il punto di vista istituzionale che prescrive il rispetto di determinate regole (perché, al di là dello specifico episodio, la sua dipendenza mette in pericolo se stesso e gli altri).

Anche i modi con cui viene rappresentata la dipendenza oscillano tra due opposte polarità che rendono complesso il processo di identificazione dello spettatore. Da una parte, le bevute di Washington, tristi e solitarie, sono per lo più prive di qualsiasi fascino. Dall’altra, però, un personaggio come John Goodman – pur rappresentando la figura negativa per eccellenza (lo spacciatore che, fingendosi amico, mantiene il protagonista nella condizione di dipendenza) – è dipinto con tratti di forte simpatia (e la sua presenza contribuisce alla riuscita del film, alla sua capacità di unire sfumature di tono diverse, dal patetico al caricaturale). Anche la musica interviene talvolta per creare empatia con questo personaggio (Symphathy for the Devil che accompagna le sue entrate) o per conferire un’aura “mitica” alle situazioni (il volume di Feelin’ Alright che si alza al momento della prima sniffata).

Lo spunto iniziale viene dunque utilizzato per sviluppare una struttura tematica complessa al cui centro non è solo la lotta dell’eroe col demone che lo divora, spinto dalla forza di volontà e dall’amore di una donna, ma un più complesso (e per certi versi paradossale) confronto tra la responsabilità dell’individuo e il Fato (o volontà divina), tra la virtù e la fortuna (se qualcuno in futuro vorrà studiare gli stessi temi di La fragilità del bene di Martha Nussbaum in riferimento non alla tragedia greca, ma al cinema, dovrà forse riservare un capitolo a Flight). Attraverso questo confronto Zemeckis approfondisce così uno dei nuclei tematici più ricorrenti nel suo cinema (Contact, Cast Away), quello dell’essere umano, solo, di fronte al bisogno di trovare un “senso”.

Flight ha una prima parte molto riuscita, nella quale spiccano – oltre alla sequenza iniziale dell’aereo in difficoltà e delle manovre per salvarlo, di fortissima tensione spettacolare – anche alcuni dialoghi di grande brillantezza (in particolare, l’incontro tra i due protagonisti propiziato dalla logorrea parafilosofica del ragazzo malato di tumore che discetta di Dio e caso). La seconda, per quanto di buon livello, tende a incanalarsi in una struttura narrativa e in dilemmi più convenzionali e lascia emergere qualche lunghezza eccessiva (non è il primo film di Zemeckis a cui una maggiore stringatezza avrebbe certamente giovato).