Fratello, dove sei? di Joel e Ethan Coen

Fratello, dove sei?, uno dei grandi film dei fratelli Coen, sarà trasmesso questa sera, venerdì 23 giugno, su Iris alle 21. Per l'occasione, riproponiamo il pezzo che Bruno Fornara scrisse per il n. 396 di Cineforum, dopo la presentazione del film al Festival di Cannes del 2000.

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I Coen affrontano la questione omerica. Un giornalista (di «Les Inrockuptibles») ha loro chiesto: «Quando avete letto l’Odissea?». Risposta, con risate: «Non l’abbiamo mai letta!». Domanda: «Allora ve l’avrà letta qualcuno?». Risposta: «Abbiamo visto la versione cinematografica del 1954, l’Ulisse di Mario Camerini con Kirk Douglas. E conoscevamo vagamente la storia. È un po’ come il gioco del telefono: qualcuno che aveva letto l’Odissea di Omero l’ha raccontata a qualcun altro che ci conosceva e che l’ha raccontata a noi! Per questo tipo di storie ci si affida alla tradizione orale».

Dicano o no bugie, i Coen risalgono su fino ad Omero, aprono il film con il proemio del poema, poi si tuffano nel delta del Mississippi al tempo della Grande Depressione quando tutti cantavano
il blues, il country, gli
spiritual, le marcette
da parata e gli inni da
chiesa: da In the BigRock Candy Mountain, la canzone sul
paese di cuccagna sognato dai condannati ai
lavori forzati, a motivi
come You Are My Sunshine, a canti battesimali come O Lord,Show Me the Way, al
blues delle sirene («Sono andati tutti a raccogliere il cotone e il mais
e sono sola con il mio
piccolo»), ai lugubri
canti del Ku Klux Klan tra forche, croci di fuoco
e discorsi anti-darwiniani contro neri, ebrei e
«tutti quelli che dicono che discendiamo dalle scimmie», alla canzone che i tre fuggiaschi registrano nell’antro di un Ciclope che fissa nel vinile vecchie e nuove ballate.

L’Odissea dei Coen non ha niente di epico: è una malinconica commedia musicale on the road, tutta filtrata in tono marroncino, in cui Ulisse è preoccupato per la capigliatura che spalma regolarmente di brillantina e che tiene in piega la notte con l’apposita reticella. Dell’Odissea, i Coen conservano lo spirito: fanno i vagabondi con i loro tre minimi Ulissidi nell’America degli anni Trenta e si affidano al musical (che è il poema popolare americano fissato nei film e nei dischi come Omero potrebbe aver fissato i canti degli aedi?).
Così, Fratello, dove sei? non sembra a nessuno dei loro film precedenti. È un film vagabondo, come se, per la prima volta in carriera, i Coen non si fossero preoccupati di ricreare, nella narrazione e nella messinscena, una qualche perfetta figura geometrica (Mister Hula Hoop lavorava sul cerchio, Fargo sulle linee rette e sul piatto) ma si
siano stavolta concessi il piacere di andare all’avventura. Come cantano i tre
aedi appena scappati
di prigione: «In questo mondo siamo condannati a vagare».
Sono appena fuggiti
dal campo di lavoro e
già si lamentano di
dover vagare.

Dev’essere proprio questo il punto: Fratello, dove sei? scopre, per la prima volta, con tutto il suo girovagare senza un percorso rigido, il versante malinconico del cinema dei Coen. A casa c’è una Penelope insopportabile (che si chiama Penny e vorrebbe sposare un buon partito), Ulisse continua a dirsi pater familias ma non lo è mai per davvero, il tesoro da trovare non è mai esistito (come in tutti i film dei Coen) e alla fine, dopo un catastrofico intervento provvidenziale che spazza via il vecchio mondo, dopo un’alluvione causata da una qualche rooseveltiana Valley Authority, dalle acque emerge una bara. Fratello, dove sei? è una commedia musicale malinconica sullo sfondo di un dramma sociale dentro un mondo che scompare per far posto ad un altro. Un velocissimo momento, all’inizio, ci mette sulla strada giusta: Ulisse salta sul carro di un treno merci, seduti sul fondo vede dei poveracci, chiede se c’è un fabbro, non sente la risposta perché viene trascinato giù dai due compagni incatenati a lui che non riescono a star dietro al treno. I Coen si affacciano sul mondo dei poveri disgraziati, se ne ritraggono quasi spaventati, si rimettono a guardarlo, gli vagabondano intorno, cercano nelle canzoni un po’ di consolazione perché sanno che alla fine dal diluvio emergerà una bara. Everett Ulysses McGill, che si crede ovviamente molto intelligente e astuto, ha una spiegazione scientifica per il fenomeno: hanno costruito le dighe, l’elettrificazione porterà il progresso, il Sud cambia, finiscono le superstizioni.

Dopo la bara, appare anche una mucca su un tetto come aveva profetizzato il decrepito indovino cieco, versione Southern di quel Tiresia che Ulisse nell’Odissea vera andava ad interrogare nell’Ade. L’elettricità, la mucca sul tetto, la bara. Nel vecchio mondo, si poteva pensare che un uomo venisse trasformato in rospo. Adesso il progresso e l’America dei politici stanno cancellando il vecchio Sud. Il mito e l’innocenza lasciano il posto alle comunicazioni di massa (e al controllo delle masse). Anche i detenuti vengono portati al cinema (e i Coen rendono omaggio al grande Preston Sturges di I dimenticati, bellissimo film dal titolo originale molto omerico, Sullivan’s Travels). Il ciclope dice che la gente cerca risposte. Ulisse dice che nella crisi tutti cercano la loro risposta. Penny dice che le sue figlie cercano risposte. Le risposte che prima si cercavano da una parte adesso si cercheranno da un’altra.

Fratello, dove sei?, oltre che malinconico, è anche un film mimetico. Omericamente mimetico. Il raffinato Orazio (Ars poetica, v. 359) sostiene, come si sa, che quandoque bonus dormitat Homerus. I Coen imitano perfettamente il vate, ogni tanto dormicchiano, si mettono a cantare, girano in tondo, si fermano dalle sirene, a un comizio elettorale, a un battesimo nel fiume. Stavolta non sono meccanici e lucidi. Si lasciano andare. Due versi dopo aver ricordato che anche Omero dormicchiava, Orazio fa un’altra affermazione ugualmente famosa. Dice che ut pictura poesis, che la poesia è come la pittura. E spiega che ci sono una poesia e una pittura che attirano se viste da vicino e una poesia e una pittura che devono essere guardate da lontano. Fratello, dove sei? va visto tranquillamente, da lontano, senza preoccuparsi di dove va e di dove arriva. Basta andargli dietro. Omericamente. Anche dormicchiando.