Questa sera, su Rai 3, all3 21.15, prima visione tv per uno di migliori film di guerra degli ultimi anni: Fury di David Ayer, con un Brad Pitt stanco e disilluso alla guida di un convoglio che negli ultimi giorni dell'aprile 1945, a conflitto praticamente finito, combatte ancora contro le ultime sacche di resistenza nazista. Riproponiamo il pezzo che Pier Maria Bocchi scrisse per il sito quando il film uscì, nel giugno 2015.


Proviamo a fare un gioco. Proviamo a seguire il manuale. Proviamo a guardare a Fury come a un prodotto hollywoodiano qualunque, un blockbuster odierno con star varie (guidate da Brad Pitt) e in evidente dispendio di mezzi e di denaro. E cerchiamo di soppesarne il valore sottolineandone efficacia e pregi semplicemente spettacolari, per lo spettacolo, ammesso s’intende che ci siano. Trascurando solo per un momento le idee che ne stanno alla base, il cosiddetto “contenuto”, per dirla con gli alfieri della tematica.

L’abito di Fury è evidente, un film di major in disperata rincorsa d’adesione sia al gusto dello spettatore statunitense, che si sa è molto coinvolto dagli scenari di fuoco di casa propria e dei propri cari (leggi: cittadini), sia a una tradizione illustre, un genere che ha dato molto e nel quale in tanti hanno detto la loro. L’ennesimo film di guerra statunitense, dunque, e per di più ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, già sfruttata fino all’essicamento? D’accordo, però al netto di contesto e identità erano anni che non si vedeva un war movie così robustoinquadrato per di più con stile controllatissimo (e ciò è ancora più sorprendente se consideriamo i precedenti del regista), poco urlato e poco isterico. Non è scontato.

È vero che il racconto procede per stereotipi e scene madri, ma dobbiamo meravigliarcene? Siamo cresciuti a forza di stereotipi e scene madri nel genere, e nessuno si sogna di sminuirne la forza e l’utilità nei film migliori di un Brian G. Hutton o di un John Guillermin. Altri tempi, si dirà. Ma in questi anni di immaginari accartocciati e sensibilità di piombo, spesso un film di genere riuscito (che ha dalla sua anche una grande colonna sonora di Steven Price) è già forse un bel film. Piuttosto credo sia più sensato assicurarsi se e quanto questi stereotipi e queste scene madri aggiungano spessore e meriti – anche soltanto nei confini dello spettacolo puro, per l’appunto – al film stesso.

Gli stereotipi di Fury, personaggi prima di tutto, sono prevedibili eppure ben sviluppati, immediatamente incasellabili in un’ipotetica galleria di figure del genere eppure coinvolgenti. Le scene madri, al contrario, sono tutt’altro che banali. Prendete la lunga sequenza nella casa delle due donne tedesche, che spezza l’andamento in crescendo e sembra far sedere il film, mentre invece lo raggela con una suspense da kammespiel improvvisa e imprevista. Prendete il duello fra i due carri armati, quasi una versione inedita e boormaniana di un faccia a faccia cavalleresco. E prendete il finale, dove il colore e la nitidezza si sciolgono al buio nel fumo delle esplosioni, una lunga resa dei conti che non ha niente da invidiare alla tanto applaudita tempesta di sabbia di American Sniper.

Fin qui, il gioco dello show, un going by the book che si rivela inaspettatamente a prova di falegname (o di artigiano, se vogliamo far contenti gli autorialisti). Però c’è di più. Perché nonostante il cliché dell’eroe giovane fatto e costruito sul campo, sbocciato fra sangue e morte malgrado se stesso, e di cui il pubblico americano ha bisogno come di un memorandum socio-antropologico che riguarda uomo e patria, la rappresentazione dell’esercito e del soldato è più cupa di quanto sembri. Non è casuale che ogni decesso avvenga solo ed esclusivamente al di fuori dell’abitacolo del cingolato, basta soltanto la testa a far capolino e si finisce al creatore: Ayer, anche sceneggiatore, è sufficientemente chiaro, l’eroismo (cioè, fra l’altro, distinguersi ed ergersi sugli altri) è un gesto sproporzionato che conduce alla morte; il carro armato, il suo interno, il suo dentro, è l’unica risorsa capace di mantenere in vita.

Ma come la mettiamo quando il veicolo e tutta la sua storia si rivelano via via inadeguati a fare i conti con veicoli ben più potenti (nello specifico, quelli dei nazisti)? La mettiamo che anche la Storia subisce un contraccolpo non gradito, un Paese e la sua Storia, bloccati e vinti dal nuovo diverso sconosciuto spaventoso che avanza. Lo scudo protettivo del carro armato Fury si sbriciola di fronte a un’avanzata del nemico ben più corazzata.

Eroi, allora? Può darsi, ma nel caso del giovane soldato, si tratta di un eroismo da sopravvissuto di una bara sui cingoli, destinata inevitabilmente allo sfascio davanti al Tempo che procede veloce, mentre se per eroe intendiamo lo stesso carro armato, vessillo pluridecorato di un credo dominante, il risultato è comunque meno celebrativo del solito, e anzi implica a ben pensarci – fra dentro e fuori, sotto e sopra, chiuso e aperto – un’idea sullo “spazio ideologico” che meriterebbe una riflessione più approfondita.

Nel 1988 un film (purtroppo poco noto e dimenticato) seguiva pressappoco le medesime prospettive e dinamiche, Belva di guerra di Kevin Reynolds: Fury non raggiunge quelle vette, ma non ci va lontano.