Gli Spietati (The Unforgiven) di Clint Eastwood

Questa sera su Iris (canale 22) alle 21:00, il film premio Oscar 1993, Gli Spietati di Clint Eastwood (vincitore anche dell'Oscar per la miglior regia). Cineforum 322 gli dedicò uno speciale con gli interventi di Bruno Fornara, Adriano Piccardi e Emanuela Martini. Leggiamo alcuni estratti di ciò che scrisse proprio Emauela Martini.


Due anni dopo Balla coi lupi, il suo contrario: tanto il film di Costner era epico (per quanto filo-indiano), romantico e solare, così Gli spietati di Eastwood è quotidiano, disincantato e tenebroso. Un western del crepuscolo, che però ha rinunciato con decisa razionalità a quella nostalgia del passato che correva ancora nella trama barocca delle tremende ballate di Peckinpah. Anche se certamente Gli spietati, di tutti i western diretti da Eastwood, è quello più vicino alla tristezza sorda, alla rilettura tragica e "blasfema" della leggenda, alla consapevolezza solitaria di Peckinpah. Gli spietati ci affoga in un mondo dove nessuno corrisponde all'immagine che gli spetterebbe, dove l'uomo di legge è un sadico ma non lo sa, il pistolero non è poi così infallibile, le prostitute non hanno il cuore d'oro. […]

Ma il passato non può non tornare in un film come questo, fatto tutto di protagonisti invecchiati, tranne un adolescente segnato da un difetto fisico inconciliabile con il "mestiere" di pistolero, una disastrosa miopia. Torna sotto forma di istinto: Will Munny e Little Bill non resistono al loro antico carattere e negano nella violenza improvvisa la rettitudine predicatoria e l'aria paciosa. L'equilibrio e la bellezza del film di Eastwood risiedono proprio in questa capacità di far riemergere il passato nella sua ineluttabilità piuttosto che nella sua malinconia. Non tanto una revisione o una rilettura del western, quanto un percorso scarnificato attraverso trent'anni (gli ultimi) di "sfide nell'Alta Sierra", "stranieri senza nome", "cattive compagnie", "mucchi selvaggi". La stilizzazione massima e la fissità psicologica dei personaggi, il cui presente si definisce in quanto negazione statica del passato, impediscono lo slittamento verso un'ulteriore rielaborazione mitica. L'unico mosso ancora da irrazionalità romantica (Morgan Freeman, che prima segue il vecchio compagno per solidarietà e poi rinuncia alla taglia) capisce di non corrispondere più, psicologicamente, al proprio passato, anche se per assurdo sarà costretto a incarnarne la mitologia con la morte. […]

Gli spietati è un film "difficile" rispetto agli standard degli anni '80, un film che implica un passato (dei personaggi e del paese) senza raccontarlo, ipotesi diverse nello sviluppo dei rapporti tra i personaggi (avrebbe potuto esserci una storia d'amore tra Munny e la prostituta sfregiata, come un'amicizia paterna tra lui e il Kid) rese impossibili dalle circostanze entro cui maturano gli incontri, in pratica una storia comune agli spettatori e ai cineasti, un'abitudine non tanto a un genere, quanto a una ricchezza di sfumature narrative che rappresentava fino al decennio scorso la vera forza del cinema americano. Non a caso Altman, che ha appena diretto il proprio attacco alla banalità ripetitiva della Hollywood odierna, ha riconosciuto immediatamente l'impasto "classico" del film e ha affermato in un'intervista precedente alla consegna degli Oscar che il miglior regista dell'anno era proprio Eastwood. Elementi come il contrasto tra gli esterni solari e amplissimi e gli interni oscuri che schiacciano e circoscrivono i personaggi (per esempio Munny a casa propria e in casa di Ned, inquadrato sullo stretto sfondo luminoso di una finestra o una porta aperta), come la lentezza esasperante e "difficile” dell'uccisione dei due cowboy colpevoli, o il montaggio che sottolinea la prima esplosione di violenza di Little Bill, secco, improvviso, ma attento nella sua rapidità alle reazioni di tutti i personaggi presenti alla scena (Beauchamp, i vice sceriffi, le prostitute, in pratica tutto il paese, ai quali lo sceriffo si rivela per la prima volta in quel momento), sono tutte scelte che indicano una consapevolezza stilistica in perfetta sintonia con la tessitura ricca della sceneggiatura. Nessuna parola di troppo viene in aiuto allo spettatore, banalizzando la storia; ma contemporaneamente, la successione del montaggio, gli sguardi, le angolazioni delle inquadrature, rimandano con semplicità esemplare alla memoria cinematografica collettiva, magari per metterla in dubbio e smentirla freddamente nella scena successiva. In un'intervista a «Positif» Eastwood ha detto che questo gli è sembrato il soggetto ideale per realizzare «l'ultimo western», «anche se non so se sarà veramente l'ultimo. Comunque è un film che riassume tutto quello che il genere rappresenta per me» Infatti, uno per uno ecco i tipi e i "luoghi" percorsi da decenni di cinema della frontiera: il villaggio in bilico tra la legge e l'ordine lo sceriffo divenuto tale proprio in forza del suo passato violento, la donna "civilizzatrice" (Claudia e la moglie di Ned), il cronista che trasforma la barbarie in leggenda, il pistolero fuorilegge che ha sepolto la pistola. Ma tutti come già archiviati dalla storia, tranne forse Will Munny, che parte come il personaggio più monocorde, con tutti i suoi sermoni e le sue ossessioni moralistiche, ma finisce per essere l'unico ed adeguarsi alla nuova civiltà dell'America: come ci avverte la didascalia finale, sembra si sia trasferito a San Francisco dove si è arricchito con il commercio dei cereali. Sugli altri cala il silenzio. […]

L'America, oggi

Naturalmente, le due figure più difficili da mantenere in questo delicato equilibrio sono quelle dei due protagonisti. Little Bill appartiene alla lunga schiera dei fuorilegge convertitisi all'ordine perché, come dice il Pat Garrett di Peckinpah: «questo paese sta invecchiando e io voglio invecchiare con lui». La sua filosofia è proprio questa: «Mi costruisco un bel portico, mi ci siedo la sera a fumare la pipa, a farmi il caffè e a guardare il tramonto». E anche alla fine, poco prima di essere finito da Munny che troneggia su di lui, ripete «Non me lo merito morire in questo modo. Sto costruendo una casa»[...].All'inizio, prima di leggere la sceneggiatura, Gene Hackman, che per principio ha deciso di non partecipare a film violenti, aveva rifiutato la parte. Ma, come dice Eastwood, si è trovato di fronte «non a un film violento, ma a un commento sulla violenza, sulla sua vera natura e sulle sue ripercussioni». E aggiunge: «Questa storia è indubbiamente molto attuale oggi, in questi tempi di recessione, dopo i moti di Los Angeles e la rimessa in discussione del sistema giudiziario». Ecco allora che l'uomo di legge Little Bill, che tiene lontana la violenza con la violenza e che sta costruendo una casa tutta traballante e sconnessa, si colora di sfumature ancora più inquietanti. Non sarà che Big Whiskey, dove tutti gli onesti cittadini, per quanto perplessi, stanno dietro a uno sceriffo sadico, e che tutto il grande paese, dove appena uno diventa onesto comincia a morire di fame, stanno a simboleggiare qualcos'altro? L'America del perbenismo stolido, dell'ingiustizia sociale, della violenza censurata a parole e praticata in ogni rapporto interpersonale e sociale. Non credo sia una forzatura supporre che Eastwood, con la sua fotografia gelida del West, abbia implicitamente scattato anche un'istantanea dell'oggi. Di sicuro emette un giudizio morale, con il suo protagonista Will Munny. […]

Vuoi dire che l'America borghese è fatta dei peggiori ladri e assassini? O che il più sanguinario dei killer ha più senso della violenza e della morte, più cuore, dei pacifici cittadini? Forse entrambe le cose: certamente il personaggio di Munny è un impasto talmente bilanciato di autoironia e istintiva "cavalleria" da non poter non riflettere un profondo giudizio morale. Ma in fin dei conti, l'amoralità più profonda è quella espressa attraverso la costruzione stilistica del film: mai auto indulgente, mai una concessione all'entusiasmo, alla spettacolarità facile e neppure al moralismo facile. Qui si fa fatica a morire con una pallottola in corpo, si fa fatica a uccidere e si fa fatica ad allevare maiali. Qui non si lava la coscienza dell'America, ma si seminano dubbi.