Gomorra di Matteo Garrone

Questa sera su Rai Movie (canale 24) alle 21:10 Gomorra di Matteo Garrone, film tratto dal libro omonimo di Saviano e al quale seguirà la fortunata serie televisiva. Su Cineforum 475 gli dedicammo la copertina e uno speciale. Potete trovare i pezzi di Tullio Masoni, Francesco Cattaneo, Anton Giulio Mancino e l'intervista di Emilio Cozzi al regista. Pubblichiamo alcuni estratti dell'articolo di Cattaneo.


L’insostenibile quotidianità del degrado

[…] Le varie forme e tipologie di agenzie criminali vengono sempre concepite come violazioni e infrazioni della legalità civile, meglio ancora: come uno scarto dalla norma. Le agenzie criminali sono delle micro-società che funzionano secondo propri codici, riti, principi, regole, inevitabilmente concorrenti con quelli della macro-società, sebbene la contrapposizione possa assumere gradazioni assai diversificate (dalla totale estraneità alla quasi identificazione). Le agenzie criminali appaiono dunque come sistemi antagonistici, cellule tumorali nel corpo sociale.

A ben vedere, è proprio da questa divaricazione che scaturisce e trae alimento la mitologizzazione del gangster e del criminale. Il criminale diviene mito o icona per la sua capacità di distinguersi, di staccarsi e dunque di risaltare e spiccare. [...]

La specificità di Gomorra (sia il libro di Roberto Saviano, sia innanzitutto il film di Matteo Garrone) sta proprio nel ricomporre la frattura, lo iato di cui si diceva e di restituire alla criminalità organizzata la sua quotidianità. Con “quotidianità” non s’intende qui nulla di generico o astratto, bensì di assolutamente specifico: la quotidianità campana della camorra, una quotidianità con un suo tenore particolare, con una sua fisionomia inconfondibile, raffigurati in modo talmente nitido, vivido e fresco da emergere come per la prima volta.

[...]

La Gomorra di Garrone è singolarmente scevra di cupole o centri di potere o eclatanti esibizioni di ricchezza. Essi non vengono rimossi, se ne avverte l’eco e il riverbero nel film; ma il tutto è consegnato e affidato a una vibrazione del fuori-campo, perché il nocciolo della questione sta altrove. Al regista interessa primariamente che il film trasudi sempre un preciso sito storico-geografico, un ambiente, un’atmosfera che conferisca all’insieme un’impronta netta. In un’originale microfisica del potere, Garrone si immerge nella vita delle Vele di Scampia, nei luoghi del casertano, fa poggiare le gambe della sua macchina da presa su quel suolo, fa imprimere sulla pellicola quella luce, si muove tra quei volti, quei rapporti, quelle storie. E ciò prima e al di là di qualsiasi iconografia criminale, di qualsiasi citazionismo, di qualsiasi vezzo estetico. [...]

Affinché si potesse percepire appieno la divergenza di Gomorra rispetto alle rappresentazioni convenzionali e stereotipate della malavita, Garrone non è sceso a compromessi: ha deciso di scarnificare il suo cinema, di depurarlo da ogni enfatizzazione, da ogni “raffinatezza” che potesse far velo all’occhio della macchina da presa. Il suo sguardo risulta così ancora più affinato nel registrare sfumature e inflessioni inedite e cangianti.

[…]

Il cinema di Garrone si è sempre soffermato su degli outsider. La particolarità che egli tenta di cogliere con Gomorra (e che spiega le sue opzioni stilistiche) è tuttavia un’altra: consiste nel farsi regola dell’aberrazione, nel farsi abitudine del degrado. Qui è il Sistema (come vien detta in loco la Camorra) a costituire la macro-società:[...]. Il Sistema è il tessuto connettivo della comunità, assurge a stato nello stato, imperium in imperio. È un vero e proprio salto qualitativo catastrofico quello che va a tradursi e comporsi nella normalità dello sfacelo.

Per cominciare a mettere a fuoco i tratti di fondo di questa normalità dello sfacelo, vale la pena ricordare la vicenda del sarto Pasquale. Sia il film di Garrone che il libro di Saviano raccontano questo personaggio come un talento dilapidato, soffocato da un contesto di patologico e ineluttabile immobilismo, in cui anche a una straordinaria perizia e abilità artigianale sono assegnati la mera sopravvivenza e nessun riconoscimento per la propria bravura. Tuttavia, come ripetutamente accade nel passaggio dal libro al film, la storia di Pasquale subisce una significativa metamorfosi. […] Pasquale decide di fare il camionista, di applicare le sue dita morbide, coltivate ai movimenti più accurati e minuziosi su e giù per tessuti preziosi, all’uniforme, anonima e grezza rotondità di un volante. Quando a Pasquale, in un autogrill, capita di vedere un abito da lui confezionato indosso a Scarlett Johansson durante la notte degli Oscar, quell’immagine di un vestito da sogno scaturito dalle viscere dell’incubo si eleva a emblema della sconfitta: esso non redime lo squallore, piuttosto lo abbandona a se stesso, lo precipita nel baratro senza fondo dell’invisibilità. [...]

Su tale tronco malato si innesta la radicale protesta di Pasquale: egli decide di cambiare lavoro, di divenire camionista «per dispetto al suo destino». È come se con questa ribellione autolesionista egli volesse infine dimostrare che in terra di camorra ogni opzione è indifferente, gli uomini non sono che pedine o materiale umano o carne da macello.

Questo è il centro di irradiazione del libro e del film: la paralisi, l’impotenza sono la vera risorsa della camorra, il vero collante di questa forma di criminalità organizzata. [...] Si tratta di un’indigenza organica e funzionale al Sistema, un’indigenza scientemente promossa e perpetuata, un’indigenza che va a comporre il bacino di sfruttamento della camorra, un’indigenza che offre bassa manovalanza a buon mercato e dunque un’estesa solidarietà collusiva. La povertà è paradossalmente una vena aurifera. [...] Essere affiliati non significa tanto avere una sicurezza economica, quanto piuttosto essere rispettati, poter guardare gli altri in faccia e costringerli ad abbassare gli occhi al proprio cospetto, guadagnare ascendente sulle ragazze. In questo zoo, l’importante è apparire gli animali più feroci, i predatori. Tutte le dinamiche elementari della strada passano attraverso un fiutarsi a pelle. Per guadagnare un qualunque status sociale, occorre ogni giorno, ogni momento, scaraventare la propria vita sulla bilancia del destino, come giocatori d’azzardo che fanno sempre la puntata massima. Perdere o vincere tutto. Senza vie di mezzo.

È questa dinamica elementare ed inesorabile che ci racconta Matteo Garrone. Con la stessa facilità con cui noi accendiamo un televisore, qualcuno – altrove – spegne la propria vita.