Gorilla nella nebbia

Gorilla nella nebbia (Michael Apted, Usa 1988) verrà trasmesso questa sera, Lunedì 12 giugno, su Iris alle 23.40. Per l'occasione, presentiamo la recensione che Fabio Matteuzzi scrisse per il n. 283 (aprile 1989, n. 4, pp. 110-111) della rivista Cineforum.


Dian Fossey è stata senza dubbio una donna dotata di un carattere forte, ma soprattutto appassionato e coraggioso. Non so se fosse “inevitabile” che il cinema se ne interessasse, certo è che una vita avventurosa come la sua può facilmente stimolare alla realizzazione di un film. Essendo indiscutibilmente sul personaggio della Fossey che il film doveva basarsi, il materiale che poteva nutrire l'elaborazione filmica si divideva, da un lato nei suoi scritti autobiografici e sui frutti delle sue ricerche, dall'altro su ciò che di lei è stato detto e scritto.

Il progetto vero e proprio si chiarisce là dove si caratterizza il taglio interpretativo-biografico. Taglio che, peraltro, risulta rigidamente incanalato e perseguito. Tra i tratti messi in risalto dall'adattamento cinematografico quello che risulta più chiaro è quello che condiziona la considerazione del film come rispondente ad un'operazione biografico-descrittiva.

Fin dalle prime battute viene alla luce il fatto forte, decisivo, della Fossey, già dal primo incontro con il 
professor Leakey, voluto e conquistato lottando, quasi, con i fotografi
e gli ammiratori – veri o presunti 
- che lo circondano al termine di 
una conferenza. La sua richiesta di
svolgere attività di ricerca in Africa
 è più che una domanda o una supplica. È una richiesta appassionata, una assunzione di responsabilità. Esprime una questione di vitale importanza ed è già, in fondo, un
gesto di sfida tramite cui ella vie·
ne a porsi, prima ancora che come
ricercatrice capace, come persona
fortemente motivata, di una che al
di là del confronto di un curriculum
scientifico o del proprio valore, strappa il consenso al suo soggiorno in Africa con la grinta.

Questo diventerà ben presto l'aspetto peculiare del personaggio attraverso cui verranno filtrati e prenderanno consistenza gli avvenimenti tratti dalla sua vita sui monti Virunga.

Con il trascorrere del tempo, degli anni, con il maturarsi di una diffidenza nei confronti di chi intendeva affiancarla e di scontro con chi, per interesse, violava le regole della zona in cui lei operava, si verifica la messa in rilievo di due aspetti del carattere della protagonista. Da un lato un idealismo inteso come forza inesauribile attraverso cui tutto ciò che esula dalle sue ricerche, dal proprio lavoro, viene sacrificato, annullato. Idealismo che risulta tutto risolto sul piano passionale e che ha, comunque, una connotazione positiva, nutrendosi di un impegno espresso concretamente.

ldealismo dunque praticato con tenacia e pazienza. Tuttavia, col tempo, in esso si produce lo svilupparsi di un aspetto de- generativo, e dunque negativo: l'autoconvincimento della propria unicità e della propria indispensabilità, di essere la sola persona in grado di non scendere a compromessi di sorta per la salvaguardia dei gorilla di montagna. Il timore di subire da altri una delusione rispetto all'impegno da lei portato avanti. Si può rimproverare al film di non prendere affatto in considerazione il valore delle ricerche della Fossey, in sostanza tralasciate, privilegiando il lato avventuroso e lasciando- ci il ritratto di una scienziata in cui (e questo in parte anche giustamente dal punto di vista biografico) l'esigenza della lotta per la sopravvivenza dei gorilla si fa via via più pressante rispetto all'attività di ricerca.

Il regista e la sceneggiatrice si sono avviati su una strada a senso unico. E se il film possiede sicuramente un ritmo molto elevato e coinvolgente, buon per loro (e per noi) che le parti più riuscite siano quelle sulle quali si sono orientati maggiormente i loro sforzi e che Sigourney Weaver abbia fornito una prova molto valida.