Habemus Papam di Nanni Moretti

Questa sera su RaiMovie (canale 24) alle 21:10 Habemus Papam di Nanni Moretti, a cui Cineforum 503 dedicò la copertina e uno speciale, con i contributi di Pier Maria Bocchi, Bruno Fornara, Emanuela Martini, Giorgio Cremonini, Fabrizio Tassi e Roberto Chiesi. Vi proponiamo qui l'articolo di Emanuela Martini (potete leggere gli altri pezzi presenti sulla rivista, disponibile in versione cartacea e pdf).


Cambia, todo cambia

Una pesantezza continua, la testa troppo piena. «È come se avessi una specie di sinusite psichica». A chi non è capitato, e continua a capitare ciclicamente? Al di là dei sintomi più vistosi, e gravi, della malattia chiamata depressione, questo senso di stordita inquietudine, di passiva insofferenza, di eccitata impotenza, è, credo, uno degli stati più diffusi del nostro vivere quotidiano. Non sappiamo che fare, e dove andare, non vediamo sponde e aperture, non abbiamo fatto quello che avremmo voluto, abbiamo dimenticato troppe cose della nostra vita, abbiamo bisogno di tempo per ricordare. Non siamo pronti per quello che gli altri si aspettano da noi; ma, forse, nemmeno gli altri sono pronti. E tutto si ferma.

Un Papa che non vorrebbe essere Papa, e che all’improvviso ricorda che avrebbe voluto fare l’attore teatrale. Uno psicoanalista che è il più bravo di tutti, ma che ha una famiglia sfasciata. Cardinali che di notte hanno gli incubi e chiamano la mamma, cardinali che usano ansiolitici, stabilizzatori del tono dell’umore, tranquillanti maggiori, cardinali che, chiusi nel conclave, implorano in silenzio «Non io. Non io, Signore!», un attore che, insieme alle battute del «Gabbiano» di Cechov, recita senza soluzione di continuità le indicazioni di regia e che, senza soluzione di continuità, passa dalla clinica psichiatrica al palcoscenico. E fuori, sul sagrato di piazza San Pietro, o dentro, nella platea di un teatro, il pubblico aspetta la rappresentazione, “l’impersonazione” giusta, aspetta qualcuno che gli dia una mano a vivere, a superare «la terribile bellezza del darwinismo», la certezza, cioè, che la vita non ha alcun senso. Soprattutto qui e ora, si sarebbe tentati di aggiungere. Non io, non io, che non ce la faccio nemmeno a superare il mio personale “deficit di accudimento”; e che perciò mi abbandono ai bomboloni alla crema appena sfornati, come il Papa in giro in incognito per Roma, o alle marmellate, alle torte alla panna e alle sacher, come la giovane guardia svizzera che sta rinchiusa negli appartamenti vaticani a fare la “controfigura” del Papa, con l’incarico di passeggiare davanti alle finestre chiuse e di muovere ogni tanto le tende.

Habemus Papam non è un film sul Papa e sul Vaticano, anche se si apre con le riprese di repertorio dei funerali di Papa Wojtyla e se racconta le umane debolezze e lo spirito competitivo dei prelati attraverso la descrizione della tormentata notte in Vaticano e della loro voglia di vincere, nelle scommesse dei bookmaker inglesi, a scopone o a pallavolo. Habemus Papam è un film su tutti noi, o almeno su chi arriva a un punto della vita in cui l’anagrafe o qualche avvenimento esterno lo costringono a fare i conti con se stesso, a guardare indietro, a chiedersi cos’è diventato, cosa avrebbe voluto, cosa ancora può fare o non fare e, soprattutto, se se la sente. Gli ottantacinque anni di Papa Melville (come Jean-Pierre e perciò come Herman, dal quale il regista francese prese lo pseudonimo) o i quasi sessanta di Nanni Moretti fanno poca differenza: sono “snodi”, momenti chiave, attimi di rendiconto. La maturità a qualcosa serve, anche ad ammettere con noi stessi che no, non diventeremo mai attori teatrali, o ballerini, o campioni di pallavolo, che a sessantadue anni abbiamo sbagliato vita, come in una commedia di Cechov, che avremmo voluto vivere in città e invece stiamo in campagna e portiamo addosso, vestiti sempre di nero, il lutto per la nostra vita. In pratica ci sentiamo, come dice lo psicoanalista del Papa, vulnerabili ma anche (almeno un po’, ognuno di noi) narcisisticamente eccezionali.

Ammettere di non farcela non significa necessariamente (come è stato rimproverato a Moretti anche da alcuni estimatori del suo film) essere rinunciatari, abbandonare una vita maldestra e illusioni mal riposte. Significa, anche narcisisticamente, accettare la propria inadeguatezza. Chiedere aiuto. E magari non trovarlo, come accade a Papa Melville, costretto alla solitudine di un ruolo (unico, monolitico, che non concede la possibilità di recitare anche le indicazioni di regia) che, da solo, sa di non potere assolvere. E significa chiedere di potersi specchiare in altri, in una moralità collettiva, in idee condivise, in dubbi uguali ai nostri. Non ci sono risposte per Papa Melville che, coerentemente, se ne va; lascia vuoto quel balcone, mentre la musica cresce e, per la prima volta, assume accenti drammatici che rimandano a quelli della sequenza conclusiva di Il Caimano (2006). La gente, il pubblico, questa volta non mette a ferro e fuoco il Palazzo di giustizia, ma resta muta e disorientata, mentre i cardinali si abbandonano a una palese disperazione. Ma, forse, la gente, il pubblico, questa repentina abdicazione se l’è meritata, non nella gentilezza dei singoli individui, ma nell’acquiescenza indistinta della massa. E questo ci riguarda tutti.

Resta una voce, una voce femminile calda e appassionata che ci assicura che «tutto cambia»: «Cambia lo superficial / Cambia también lo profundo / Cambia el modo de pensar / Cambia todo en este mundo». Mercedes Sosa,“La Negra”, la grande cantante argentina scomparsa nel 2009, che ha raccontato al mondo “el Sur” e i suoi drammi, che ha parlato di libertà, d’amore e di lotta: ancora una volta, quando la sua voce si alza dalle stanze vaticane, è come se una ventata d’aria libera si diffondesse sopra Roma, tra i personaggi “prigionieri” in Vaticano e tra i passanti per strada in mezzo ai quali cammina in incognito Melville, per un momento non più Papa, ma un turista qualunque, sollevato da una canzone dal suo buco nero. È come se un “pensiero collettivo” attraversasse il film, a trasmettere un’ipotesi di speranza. Chissà.