Heart of the sea - Le origini di Moby Dick di Ron Howard

Questa sera su Italia 1 (canale HD 506) alle 21:25 Heart of the sea - Le origini di Moby Dick di Ron Howard. Film tratto dal libro di Nathaniel Philbrick Nel cuore dell'oceano - La vera storia della baleniera Essex (vicenda che ispirò Herman Melville per il suo capolavoro Moby Dick). Su Cineforum 551 Giancarlo Mancini ne scrisse la scheda di cui riportiamo alcuni estratti. (Mentre sul sito potete trovare l'articolo di Simone Soranna).


Il segno del Leviatano

L’oscurità remota e insondata di un oceano nero come un inferno, nel quale lo sguardo vaga in cerca di tracce di vita, o almeno di qualche segno, di un suono in grado di aprire quel muro di ostinato silenzio. Poi la voce fuori campo ci avverte che è proprio in quello sterminato deserto tinto di blu che si trovano animali che contengono quell’olio grazie a cui è possibile alimentare le lampade che illuminano le grandi metropoli occidentali. È questa prima grande dualità tra luce e tenebra a irrorare da subito questo nuovo lavoro di Ron Howard, […]. Luce e tenebra, dialettica all’origine della vita e della storia, della nostra, in quanto uomini, così come di questa, di storia, legata però a un terzo, gigantesco essere che scivola in mezzo a queste due entità con una naturalezza spaventosa come la sua stazza. Stiamo parlando della balena, o Leviatano, o capodoglio. I suoi molti nomi già ci introducono a qualcosa di insano, di irragionevole, d’altronde cosa c’è di sensato in un essere vivente capace di muoversi nell’oceano seguendo vene segrete e ancora oggi agli uomini misconosciute?

A rintracciare per suo conto e a nostro beneficio questa prima antitesi tra luce e tenebra è un giovane scrittore appassionato di storie marinaresche, Hermann Melville. [...] Owen Chase riceve dagli armatori della Essex la notizia che non sarà lui a comandare l’equipaggio nella prossima spedizione come pure avevano promesso, ma un rampollo di salda schiatta marinara, il capitano Pollard. […] L’uno rappresenta il demonismo dell’uomo deciso a rompere le catene in cui è stato imprigionato dallo stato di natura, un essere dotato di forza tale da poter condizionare il proprio destino e farlo uscire dall’arbitrio a cui era stato gettato. L’altro, cioè Pollard, rappresenta invece la tradizione che non ha bisogno di parole per esprimersi e per manifestare la sua esistenza. Parlano i deboli, gli sciocchi e quanti, come Chase, si ribellano ai propri padri.

[…] Il viaggio inizia male per questi due individui così diversi tra loro, così umanamente divisi su tutto. Poi arriva lei, la grande balena bianca, il mostro marino che per secoli ha nutrito gli incubi di generazioni di marinai e tutto cambia. A quel punto sia il film che il rapporto tra questi due uomini cambia completamente. Non ci sono più marinai, ufficiali, comandanti con le loro singolarità, con le loro invidie, rabbia, violenze, ma una nave e basta, squassata da una natura che sembra giganteggiare proprio per rendere chiara la forza che ha a disposizione. Una nave, la Essex, contro l’enorme balena bianca.

Siamo in un angolo di mare remoto, forse addirittura inesplorato, la coda gigantesca del capodoglio spezza come un giunco bagnato gli alberi, le vele, tutto. Il tono del film perde qui il suo lato eroico e si discosta nettamente dalla grande opera melvilliana. Come colpita dal maglio di un gigante la nave si sgretola, nulla resta più di quella unità, in mare ci sono solo un manipolo di diseredati a bordo di minuscole zattere. Tutta la loro vicenda sarà d’ora in avanti quella di patetici scampati alla morte, dannati proprio perché rimasti vivi nonostante la punizione riservata a loro, i vivi, come agli altri, i morti. [...] La sfida dell’uomo ai suoi limiti che tanto nutre il cinema di Howard, questa volta si scontra con una barriera insormontabile, quella del destino. Melville ne farà tutta un’altra storia nel suo gran capolavoro, Moby Dick, [...].

In Heart of the Sea invece, non c’è nessuna vittoria su quel mostro a cui il bianco ha dato una smisurata capacità di impressionare le menti e i cuori. Il ricordo diventa monito, non ecologista come si è scritto in queste settimane, ma abissale. Riguarda la condizione umana in relazione con quanto c’è fuori e oltre a lui, la realtà del suo vivere in relazione alle altre creature. Howard vede nella tragica storia della baleniera Essex non una sorta di prequel al romanzo melvilliano, né una sua visione dal vero, quanto l’occasione per un discorso sulla potenza del mito e della natura. La componente titanica del suo cinema, abbraccia qui considerazioni universali. [...]

Da nostro contemporaneo Howard ha tolto all’intera vicenda tutto il suo alone epico, lasciandovi solo le umane e dunque per noi riconoscibilissime sensazioni come paura, repulsione, istinto, vita, morte. Regista spettacolare e frenetico, ha qui voluto realizzare un film in cui lo sguardo, il nostro sguardo, si discosta da quanto avviene sullo schermo per prenderlo a pretesto e fare dello spavento indicibile dell’ultimo sopravvissuto una metafora che riguarda tutti i sopravvissuti a sciagure più grandi di noi per poterne interpretare il senso. E da dramma tipicamente ottocentesco ambientato in un’America ancora in cerca della sua dimensione nel mondo, Heart of the Sea diventa un’occasione per dare corpo, nell’era della realtà virtuale, ai mostri della nostra coscienza. E vedere se riusciamo ancora a preservare e curare lo stupore di fronte all’incommensurabile smisuratezza del Creato, capace di trasformare la perfezione algida di una immensa balena bianca in una sciagura da cui niente e nessuno può salvarci.