I segreti di Osage County di John Wells

Questa sera su Rai Movie (canale 24) alle 21:10 I segreti di Osage County di John Wells tratto dalla pièce teatrale (Premio Pulitzer) August: Osage County di Tracy Letts. Pubblichiamo la scheda che Giacomo Conti scrisse per Cineforum 532.


Welcome to Osage County: benvenuti al capezzale di Beverly e Violet Weston, un’anziana coppia di sopravvissuti dell’esistenza, confinati in una casa colonica nel mezzo del nulla in un purgatoriale angolo di Midwest sonnacchioso. Dietro la pacatezza di una vecchiaia felice da fronteggiare assieme vagolano squilibri e paure: l’allontanamento volontario di Beverly aggrava la crisi di nervi di Violet che riunisce a sé le figlie Barbara, Caren e Ivy con la famiglia allargata. Le danze più o meno macabre ora possono cominciare.

Lo scrittore Tracy Letts dopo aver collaborato con William Friedkin in Bug e Killer Joe adatta di persona il suo testo teatrale Premio Pulitzer (August: Osage County): ci si aspetterebbe dunque una scrittura ricca e tagliente che valorizzi le sottigliezze psicologiche di personaggi a tutto tondo, mentre giace proprio nel farraginoso copione il tallone d’Achille che stronca il film ai blocchi partenza. La vicenda risulta infatti tremendamente enfatica e grossolana nel suo dipanarsi: le trovate che sul palcoscenico potevano funzionare, al cinema appaiono o prevedibili o in sovrappiù, mentre i dialoghi odorano di affettazione (bisognerebbe abolire dal repertorio il «Papà, ti voglio bene» o il «Ti odioooo! » urlato da adolescenti in crisi ormonale ai genitori).

Letts infila troppo di tutto nella sua personale Peyton Place all’Oklahoma Home: troppe lacrime, troppi insulti, troppi problemi affastellati per denunciare fortissimo non si sa quali misfatti del destino codardo. Povertà, alcolismo, droga, malattie, maschilismo, ipocrisia, tradimenti e incesti affollano il racconto oltre la saturazione massima consentita per una famiglia sola, compattando in due ore e dieci una messe di materiale bastante per una saga a puntate. John Wells in cabina di regia cerca di frangere la monotonia da “teatro filmato” con inquadrature ricercate e paesaggi country: tra un tramonto e un covone, un volto intenso e una corsa pazza nei campi restiamo appesi a seguire i bozzetti di un interno famigliare scontato che ospita oche giulive, poeti maledetti, mascalzoni brizzolati e badanti native coscienziose.

Il piatto forte della tavolata campagnola sarebbe il gioco di rimpallo tra attori e attrici che animano la sontuosa compagnia di giro capitanata dalla decana Meryl Streep: la collezionista di statuette si spende anima e corpo in una performance fortemente manierista di maniacale perfezionismo. Entra in scena sconvolta, scarmigliata e pallida con l’incedere zoppicante di una Gloria Swanson in acido: il passo del film da quel momento diventa per forza il “suo” passo di matrona volgare e dispotica, tanto antipatica quanto vulnerabile a causa del dolore, delle pillole e dei rimpianti. È lei e solo lei a cedere e rilanciare la palla dell’assolo alle dive-figlie (Julia Roberts, Juliette Lewis e le altre). Insomma “la vita è molto lunga” – come declama Sam Shepard all’inizio citando Thomas S. Eliot – e con queste premesse pure il film non scherza. Si arriva in fondo con un senso di affaticamento da indigestione emotiva e una domanda che ronza insistentemente nel cervello: c’era davvero bisogno di quest’ennesimo drammone rurale sulla provincia USA e i suoi spettri malandati?