Il concerto di Radu Mihaileanu

Questa sera su Rai Movie (canale 24) alle 21:10 Il concerto del regista rumeno Radu Mihaileanu, presentato al Festival di Roma nel 2009. Pubblichiamo integralmente la scheda che scrisse Lorenzo Donghi per Cineforum 492.


Al quinto film, Radu Mihaileanu conferma vizi e virtù di quello che si può iniziare a intendere come il suo cinema. Conosciuto soprattutto per i precedenti Train de vie (1998) e Vai e vivrai (2005), con Il concerto (osannato all’ultima Festa di Roma) il regista rumeno tiene fede infatti ad alcune marche che sembrano ricorrere puntualmente nella sua filmografia: ancora una volta il bacino culturale di riferimento è quello ebraico, che, dopo l’Olocausto e la questione dei Falascia etiopi, stavolta è inserito nel contesto dell’Unione Sovietica degli anni Ottanta; di nuovo l’essere ebreo si imbatte nell’impossibilità di poterlo rivendicare, e spinge al mimetismo sociale e alla recitazione per fare in modo che restino celate le proprie origini (elemento che ci pare autobiografico, poiché lo stesso regista porta un cognome non suo, ma ereditato dal padre che acquistò un’altra identità e un passaporto rumeno per sfuggire all’internamento nazista); si ripete il registro scelto per raccontare la vicenda, un amalgama di commedia e – per così dire – dramma che unisce un tiepido humor yiddish a una verve rocambolesca tipica di molto cinema dell’Europa orientale.

Eppure sembra che lo sguardo di Mihaileanu confermi anche qualche perplessità che, a distanza, fa avvertire un certo prurito nel ripensare all’innamoramento collettivo di cui aveva goduto un film come Train de vie. Impeccabile ma compìto nella forma, come a dare l’impressione di essere sempre alla ricerca dell’inquadratura garbata, Mihaileanu ricorda Jan Sverak, altro rappresentante di un’estetica dell’Est “da esportazione”, nell’elaborare una sintassi registica tanto gradevole quanto priva di mordente, che tuttavia si riserva all’occorrenza impennate enfatiche e accomodanti (la sequenza finale del concerto al Théâtre du Châtelet); un taglio sulle cose che, indubbiamente scaltro, sembra però fatto su misura per un pubblico che nel cinema ricerchi in primis rassicurazione: l’happy end di Il concerto è come ovvio scontato per l’andamento del film, ma per giunta sembra vittima di un’insostenibile ansia di riconciliazione, prodigo com’è nel rendere ben identificabili buoni e cattivi, nel premiare i primi e schernire i secondi, incline a non disdegnare all’occorrenza qualche strizzatina d’occhio (gli inserti della violinista deportata in Siberia, tanto per dirne una).

Le perplessità, oltre che l’estetica, coinvolgono anche la fase di scrittura. Se alcuni passaggi paiono improbabili ma in fondo innocui (possibile che allo Châtelet nessuno conosca l’aspetto dei componenti del Bolshoi?), più compromettente sembra la scelta di spiegare gli avvenimenti trascorsi ricorrendo sistematicamente ai dialoghi tra i personaggi mentre sullo schermo passano le immagini in flash-back, magari rallentate con una punta di lirismo: per Mihaileanu tutto deve essere chiaro, puntuale, esplicitato, anche a costo di imboccare lo spettatore con espedienti che confinano quest’ultimo in una posizione di pigra passività.

Si pensi, ad esempio, a come viene affrontata una suggestione che emerge in alcuni tratti del film, e che può essere letta come una sorta di critica nei confronti della Russia contemporanea, in tensione tra i riverberi di un’ideologia al crepuscolo (i comizi anacronistici del PC, in cui i partecipanti ricevono un compenso per la loro stessa presenza) e il pericolo istituzionale di uno sfacciato oscurantismo dei suoi governanti (nel film Breznev, oggi Putin). La denuncia di un’interferenza ottusa della politica nel territorio della cultura è un tema scottante, di estrema attualità appunto per la Russia putiniana, e del film avrebbe potuto profilare una lettura non banale. Ma Mihaileanu non vuole andare fino in fondo, prendere posizione, non vuole realmente “dire qualcosa”; ma solo buttare ami appetibili per gli spettatori, far suonare a comando i suoi campanelli d’allarme (la battuta sui rifornimenti di gas, a pochi anni dalla crisi ucraina), senza tirare le somme, senza concedersi e concedere il lusso dell’approfondimento.