Il fondamentalista riluttante di Mira Nair

Questa sera alle ore 21:15 su Rai 5 andrà in onda Il fondamentalista riluttante di Mira Nair. Film d'apertura al Festival di Venezia del 2012, basato sull'omonimo romanzo di Mohsin Hamid. Su Cineforum 526 (numero acquistabile qui) dedicammo una recesnione a firma di Riccardo Lascialfari che riportiamo di seguito.


Nell’efficace segmento del film collettivo sull’11 Settembre 2001 intitolato India (2002), Mira Nair era riuscita a illustrare con immediatezza e incisività il senso di angoscia, ma soprattutto di isolato smarrimento che coglieva una madre alla ricerca disperata del figlio, cittadino americano/pakistano scomparso subito dopo l’attacco alle Twin Towers e per questo sospettato di terrorismo. Quando si viene a scoprire che è morto prestando soccorso alle vittime dell’attentato, la sua bara viene avvolta nella bandiera a stelle e strisce. Da potenziale terrorista a eroe, insomma. Apparenza contro realtà. Manicheismi di un Occidente sotto scacco, in preda a una sindrome di inarrestabile decadenza. Corde complesse e delicate che la regista di Monsoon Wedding, nata in India ma trasferitasi negli USA a diciannove anni, aveva solleticato con indubbia maestria. 

Da allora sono passati dieci anni. Con Il fondamentalista riluttante torna confrontarsi con quel grumo di sensazioni ed esperienze, adattando per lo schermo l’omonimo e fin troppo osannato romanzo di Mohsin Hamid (Einaudi), che racconta la parabola esistenziale del brillante analista finanziario Changez Khan, americano/pakistano costretto (o convintosi?) dopo l’attentato dell’11 settembre ad abbandonare gli USA per fare ritorno in Patria. Sospettato di avere qualche responsabilità nel rapimento di un professore americano che insegna a Lahore, Changez viene “torchiato” dal giornalista Bobby (per conto della CIA). I due sono seduti uno davanti all’altro al tavolo di una locanda, mancano poche ore alla scadenza dell’ultimatum, poi il professore sarà giustiziato. Changez è tornato in Pakistan per tramare contro il nemico oppure l’apparenza gioca ancora brutti scherzi? 

Prima di scoprire la verità, è lo stesso Changez a raccontare in flashback le tappe della sua avventura statunitense: dal prestigioso incarico alla Underwood Samson all’attrazione per la sensuale Erica, dal rapporto ambivalente col severo padre poeta alle prime difficoltà che annusa nell’aria dopo l’attentato alle Twin Towers. E che lo inducono, insieme a un progressivo senso di estraneità e disagio, a lasciarsi allungare la barba. Primo indizio di una trasformazione “riluttante” della propria identità che è il vero cuore del film. 

Rispetto però al tono intimo e colloquiale del libro – dove è lo stesso io narrante che si rivolge domande al posto del deuteragonista, un po’ come accade in La caduta di Camus – Mira Nair e lo sceneggiatore William Wheeler schematizzano profili psicologici e situazioni, eccedono in dettagli e notazioni superflue, a discapito di tutte quelle sfumature che, sulla carta, erano restituite da Hamid in modo assai più meditato e verosimile. Pensiamo a Erica, personaggio tragico e tormentato dal proprio passato (fino a morirne...), che qui diventa una fotografa un po’ antipatica e artistoide, capace di “utilizzare” la relazione con Changez come fonte di ispirazione per un’improbabile installazione (metafora di un’estetica occidentale “degenerata” e autoreferenziale?). Lui, offeso, la lascia e comincia a capire di che pasta sono fatti gli americani. 

Altro vistoso limite, la preparazione della lunga sequenza finale (assente nel libro), che trasforma gli ultimi trenta minuti del film in un thriller investigativo/poliziesco pieno di stereotipi. Nel tentativo di aggiornare la sua meritoria riflessione sulle conseguenze umane prima ancora che politiche dell’11 settembre, Mira Nair tradisce più di un affanno. Ritrova solo a tratti la mano sicura che l’aveva condotta all’esito felice del 2002; il risultato non può che essere un film dispersivo e inconcludente.