Il grande Gatsby di Baz Luhrmann

Questa sera su La5 (canale 28) alle 21:15 il recente (e ultimo in ordine di tempo) adattamento de Il grande Gatsby firmato da Baz Luhrmann. Con Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire. Riproponiamo la recensione di Emanuela Martini uscita su Cineforum 526 del luglio 2013 (pdf disponibile qui).

------------

Una volta Francis Scott Fitzgerald ha scritto: «I libri sono come fratelli. Io non sono che un bambino. Gatsby è il mio immaginario fratello maggiore, Amory (Di qua dal paradiso) il mio fratello minore, Anthony (Belli e dannati) il mio cruccio, Dick (Tenera è la notte) un fratello relativamente buono. Ma si trovano tutti lontano da casa». Si riferiva, tra le tante altre cose, alla somiglianza, che spesso veniva sottolineata, tra lui e i protagonisti dei suoi romanzi. Somiglianza, più o meno fuggevole, ma non identità, in un andirivieni di esperienze comuni e reazioni opposte, di analogie e antipatie, di sensazioni condivise e di sentimenti altalenanti. A proposito di Gatsby in particolare raccontò che era cominciato assomigliando a un tizio che conosceva, ma che poi piano piano si era tramutato in qualcuno di simile a lui; che l’amalgama non gli era mai stato chiaro e che perciò il personaggio appariva confuso e raffazzonato. Anche oggi Jay Gatsby resta sostanzialmente misterioso, in parte naïf e romantico, in parte ruvido e pericoloso, in parte scontato e in parte sconcertante (e Leonardo DiCaprio, con la sua maschera ambigua e a volte goffa, è migliore di Robert Redford e Alan Ladd, protagonisti delle versioni del 1973 e del 1949).

Resta, in pratica, uno degli “eroi” più durevoli della letteratura americana, il simbolo del “Sogno” e del suo inglorioso fallimento, della fragilità dei sentimenti e dell’aridità di cuore, dell’ottimismo irragionevole di una generazione (e di un popolo) e del brusco risveglio nel nome del denaro, delle classi, del disprezzo. In duecento stringatissime pagine, Il grande Gatsby non è solo un romanzo tristissimo sulla disperazione contro cui andò a cozzare un’epoca scintillante e sovreccitata, ma è soprattutto “il” romanzo della disillusione e della perdita, del crollo di un mondo, l’America, che aveva rappresentato, quando era apparso per la prima volta davanti agli occhi dei marinai olandesi,“l’ultima possibilità di meraviglia”. Ingannevole e fuggevole come la luce verde che lampeggia dal molo della casa di Daisy (sul lato ricco di Long Island, East Egg, mentre il narratore Nick Carraway e Gatsby, nonostante il suo denaro, abitano a West Egg, il lato grossolano) e che pare a portata di mano, a due passi, ma rimane irraggiungibile per il protagonista, la meraviglia affonda nel cinismo di classe.

Invece, la lettura di Luhrmann concentra tutto il nucleo del famoso “amalgama” dal quale nascono gli eroi fitzgeraldiani sulla figura del narratore Nick Carraway, inserendo la storia di Gatsby all’interno di una cornice (molto artefatta e “arty”) ambientata nella clinica nella quale Nick è ricoverato (un’anticipazione della malattia mentale che ossessionò i Fitzgerald a partire dalla metà degli anni Venti e delle cliniche descritte in Tenera è la notte). Con le parole che scorrono e si accavallano sullo schermo (l’effetto più dozzinale del film) e, soprattutto, con l’apposizione finale del titolo The Great Gatsby sul manoscritto, lo spettatore non può che convincersi che Nick è Fitzgerald, che la sublimazione letteraria di un episodio della sua vita ha purificato la sua mente e il suo cuore, che esistono dei giusti, dei saggi, dei sogni realizzabili, che in fondo questa storia ha un lieto fine (almeno per lo scrittore). Non è così: la storia di Gatsby (e di Nick, Daisy, Tom, Myrtle, forse persino di Jordan e certamente dell’America degli anni Venti) non ha un lieto fine e non lascia nessuna via di scampo a nessuno dei personaggi, compreso Scott Fitzgerald, che nel 1925, quando uscì il romanzo, non aveva trent’anni e già si sentiva perduto.

Ma, se eliminiamo la memoria del romanzo, se evitiamo la visione in 3D, che enfatizza ancora di più tutto ciò che andrebbe smorzato, se chiudiamo un occhio davanti ad alcune “baracconate” (come i tendaggi che rivelano le due giovani donne sedute sul divano, che dovrebbero essere mossi da “un vento leggero” e invece sembrano agitati da un tornado, o quelle continue rincorse verso la lampeggiante luce verde del molo di fronte), se sorvoliamo sull’effetto “Fantasyland” del castello di Gatsby, di fianco al quale la casetta affittata da Nick evoca il domicilio di Bilbo e Frodo Baggins, se riusciamo a convincerci che Luhrmann non sta elaborando un ardito parallelo Gatsby/Kane (ma il sospetto è forte), allora possiamo tirar fuori qualche piacere da questo Grande Gatsby (che comunque è la versione migliore del romanzo, almeno tra quelle sonore – non conosco il film del 1926). La prima parte del film è puro Luhrmann e, complessivamente, funziona. Le feste non c’entrano nulla con Fitzgerald, ma rendono bene l’immagine di un’epoca forsennata e gretta, dove tutti ballano sull’orlo del precipizio e il senso morale è ignoto e il cinismo è “l’abito” giusto con cui presentarsi in società. La valle delle ceneri, sovrastata dall’insegna del “Dio/Oculista”, è malsana e opprimente, mentre il festino privato nell’appartamento newyorkese di Tom e Myrtle è grossolano, torbido e stordente.

C’è della violenza, nemmeno troppo sotterranea, nell’aria, che chiede solo di esplodere. Anche l’iperreale delirio di fiori e dolciumi con cui Gatsby inonda la casa di Nick prima dell’appuntamento con Daisy corrisponde bene all’esagerazione del personaggio, un parvenu che vuole a tutti i costi riafferrare il suo amore (e devo ammettere che dalla scena delle camicie gettate ai piedi di Daisy mi sarei aspettata da Luhrmann più scintillio di colori e sventolio di tessuti, più esibizionismo). DiCaprio conferisce al personaggio un giusto miscuglio di innocenza (più o meno perduta, ma non simulata), goffaggine e arroganza. Daisy, chissà! Daisy è un’idea, vive più nell’immaginazione di Gatsby che non nella vita reale di Nick (o dello schermo), e Carey Mulligan (forse più giusta dell’esangue Mia Farrow della versione del ’73) è comunque inferiore al mito delle flappers fitzgeraldiane. Perfetto Joel Edgerton nella produzione della fisicità debordante e aggressiva di Tom Buchanan, ricco da sempre, sicuro, padrone. E notevole Elizabeth Debicki, che nella parte di Jordan Baker riesce a concretizzare uno di quei particolari irripetibili di Fitzgerald: «Non conoscevo la più giovane delle due. Stava distesa sul divano, completamente immobile, e col mento un po’ sollevato come se vi tenesse in equilibrio qualcosa in procinto di cadere».

Purtroppo per Luhrmann, Fitzgerald non è Shakespeare (fatto di materiale resistente, che perciò può essere ribaltato, aggiornato, travisato, tradito). Fitzgerald è imprendibile, evanescente, pura immaginazione, sogno andato in pezzi, psicologia cangiante e celata, azione più desiderata che vissuta, una successione di “incrinature” che conducono invariabilmente alla disfatta. Fitzgerald è uno stato d’animo e un film davvero bello da un suo romanzo non è mai stato fatto, con l’eccezione di Gli ultimi fuochi di Kazan, che riuscì a sovrapporre le proprie personali angosce a quelle dello scrittore imprigionato in una Hollywood che detestava.