Raiuno, ore 21.25

Il ponte delle spie

Questa sea su Raiuno, alle 21.25, andrà in onda Il ponte delle spie di Steven Spielberg, ricostruzione di un caso di cronaca della Guerra fredda (lo scambio fra Usa e Urss dei prigionieri Rudolf Abel e Francis Gary Powers il 10 febbraio 1962) che il regista americano, a partire da una sceneggiatura dei fratelli Coen, trasforma in un lucida riflessione sul rapporto fra individuo e democrazia. Per l'occasione riproponiamo un intervento di Pier Maria Bocchi e rimandiamo al numero 551 della rivista (acquistabile qui), con la recensione di Antonio Termenini. 

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Vado per ordine. È con una dissolvenza incrociata che i volti di Rudolf Abel e di Francis Gary Powers “s’incontrano” per la prima volta: una dissolvenza incrociata “tradizionale”, leggera, il viso in primo piano della spia russa a sfumare a sinistra dello schermo mentre quello della giovane spia americana emerge in primo piano a destra, con relativo cambio di scena. Durante la resa dei conti, a Berlino, le due spie si “ritrovano” ma si vedono dal vivo per la prima volta: il loro scambio avviene simultaneamente, alla pari, Abel e Powers vengono rilasciati dai rappresentanti delle due potenze in campo; Spielberg “inquadra” con un plongée, mentre i due personaggi, a piedi, sul Ponte di Glienicke, si avvicinano e infine si superano reciprocamente, verso due direzioni opposte (e due destini diversi). Si tratta, in quest’ultimo caso, di una dissolvenza incrociata “dal vero”, un passaggio di testimone, due movimenti paralleli e contrari che si sfiorano.

La dissolvenza incrociata è un arnese stilistico un po’ demodé, e molto meno aggressivo – e anche meno abusato - del piano sequenza, per esempio. Difficile usarlo a scopi dimostrativi, o con arroganza autoriale. Per rimanere alla Hollywood contemporanea, uno dei registi che meglio l’hanno saputa applicare, è Ridley Scott (senza dimenticare però quelle di Paul Thomas Anderson in Vizio di forma). Fra i possibili espedienti formali a sua disposizione, Steven Spielberg, che per Il ponte delle spie adotta il formato scope trattandolo però come un 1.33:1, e concentrandosi prevalentemente sul centro (non fa eccezione l’unica scena d’azione in volo: fateci caso), sceglie la dissolvenza incrociata in due momenti fondamentali. Lo stile è altrove piano, molto composto, e soltanto in queste due scene si permette una punteggiatura imprevista, peraltro senza scomporsi, senza agitarsi, anzi rimanendo impassibile, ordinato (qualcuno direbbe “classico”, ma non se ne può più del “classico” applicato a piacere). Resta da chiedersi la ragione.

Perché, in uno spy movie da Guerra Fredda che si apre poco prima della visita americana di Chruščëv del settembre del 1959, primo Presidente dell’Unione Sovietica a recarsi negli Stati Uniti con l’intenzione di favorire fra le due potenze un clima di distensione, Spielberg decide di marcare la sua grammatica con una cifra retorica (ma della retorica del cinema, s’intende) decisamente poco scontata? Provo a rispondere: perché credo che questa dissolvenza incrociata spielberghiana, sia come dispositivo filmico di spostamento e “progressione” (della vicenda, del tempo, della Storia), sia come gesto di attraversamento (di un luogo, di un’immagine, dello schermo), sia un atto politico, una dichiarazione d’intenti più forte e chiara di tutto Lincoln. Se la dissolvenza incrociata è anche una condivisione, benché di breve durata, allora essa è la risposta di Spielberg a qualunque scissione, ad ogni smembramento, settore, ripartizione: condivisione come partecipazione di uno spazio, di un’idea, di un’ideologia prepotentemente – anche a costo d’ingenuità – comune. 

Considerate le superpotenze coinvolte, Usa e Urss, e al di là di tutti i discorsi poetico-filmografici eventuali, mi sembra che la dissolvenza incrociata di Il ponte delle spie sia lo specchio evidente di un’intenzione. Poco importa che, a tal proposito, si tirino in ballo l’industria e il sistema: nelle due scene descritte c’è più cinema “giusto” che in un anno intero di produzione. D’altronde, se c’è questo titolo, non è prevedibilmente soltanto per dovere di set: sarà banale evidenziarlo, però il ponte, che unisce, raccorda, lega, incrocia (proprio come la dissolvenza), è ben più emblematico e simbolico di qualsiasi Muro, che al contrario scompone, distribuisce, raziona.