Il portaborse di Daniele Luchetti

Questa sera, per l'omaggio di La7 a Nanni Moretti, in onda il celebre Il portaborse di Daniele Luchetti, che nel 1991 vide come protagonista lo stesso Moretti, nella parte di un politico corrotto e crudele. Allora, Lorenzo Pellizzari tracciò attraverso le sue reazioni al film il ritratto di un Paese sull'orlo del collasso politico (su Cineforum 304, maggio 1991). 


Capita di sorridere e persino di piangere. Ma l'espressione va meglio precisata. Succede di fronte al film, che appunto induce al sorriso per la buona tenuta di personaggi e situazioni, per la quasi convincente centratura di momenti e figure, per il buon ritmo narrativo-figurativo che riesce almeno inizialmente ad assumere (vien persino voglia, di fronte alle rare scene di movimento complesso o di piccola “massa” – certe scene sorrentine, certe scene mantovane – di gridare a raffronti con René Clair); che appunto induce alla commozione o, meglio, all'indignazione per la forte tensione morale riscontrabile «a rovescio», in taluni aspetti del personaggio di Nanni Moretti (odioso, pericoloso ma non indifferente) o dei suoi comprimari (semplicemente odiosi, stupidamente pericolosi e purtroppo tutt'altro che indifferenti).

Si sorride per battute proterve, per allusioni qualche volta trasparenti (al vecchio Tramonti, cognome metaforico per un «maestro» superato dalle nuove politiche, si minaccia un incarico all'Ente Gestione Cinema, prontamente sostituito da una più appetibile nomina nel settore della Chimica di Stato), per paralleli che viene spontaneo ricreare, anche al di là delle intenzioni degli autori dei testi (che sono numerosi, e non tutti – lo hanno anche dichiarato – in sintonia tra di loro).

Si piange perché chiunque abbia avuto appena a che fare con qualche esponente o portaborse di quei due o tre partiti da tempo al potere riconosce il peggio delle proprie esperienze e ha di che tremare al pensiero di quanto di più grave o determinante poteva in- corrergli per il semplice fatto di aver una volta accettato una «innocente» o spavalda collaborazione.

Si sorride per la prontezza con cui il potere politico premia i propri “servitori” (mettendo a disposizione appartamenti e trasferimenti, pudende e prebende, agevolazioni e raccomandazioni), ma subito si è indotti al pianto quando si ha conferma che ogni aspetto della vita nazionale, civile e sociale, rientra in un progetto di estensione del consenso e di ramificazione del corrompimento: si tratti del gioco – quanto mai di attualità – di truccare le preferenze elettorali o di quello di anticipare i temi degli esami di maturità, l'uno e l'altro molle capaci di far scattare conseguenze inarrestabili.

[…] Si sorride e si piange di noi stessi. Delle scelte che – ciascuno nel nostro piccolo – abbiamo fatto e soprattutto di quelle che non abbiamo fatto. Della “vita facile” – proprio il contrario di quanto infine emergeva dal vecchio film di Dino Risi – che siamo stati indotti ad accettare, ciascuno un po' approfittando, ciascuno un po' compromettendosi, ciascuno un po' rinunciando ad agire al momento giusto per la causa giusta, ciascuno un po' (perlomeno) chiudendo occhi e tappandosi orecchie. Sempre per restare in ambito cinematografico, sempre con riferimento alla commedia all'italiana di cui Il portaborse si rivela epigono, è un po' come se delle tre storie parallele di C'eravamo tanto amati ne fosse rimasta in piedi una sola. Quella dell'intellettuale Nicola che è appunto la più irrisolta e la più indisponente, forse proprio perché la più onesta.