Il sospetto di Thomas Vinterberg

Questa sera, su Rai 5, alle 21:15 andrà in onda Il sospetto. Film del 2012 scritto e diretto da Thomas Vinterberg, con Mads Mikkelsen (Prix d'interprétation masculine a Cannes). Su Cineforum 520 (acquistabile qui), Antonio Termenini scrisse una recensione che, per l'occasione, ripubblichiamo interamente.


Con Il sospetto, Thomas Vinterberg ci propone un’opera tanto aperta a mille interpretazioni e significati da lasciare il dubbio o, forse appunto, “il sospetto” che si tratti, in realtà, di un’opera di altissima consapevolezza autoriale e significante. Il cineasta danese, e questo non solo per il suo percorso artistico e per la sua storica vicinanza a Lars Von Trier, è regista troppo compreso nella sua parte di veicolatore di significati per poter pensare che la vicenda di Lucas sia una semplice parabola di espulsione e ricongiungimento in una piccola comunità del Nord Europa. Sin dalle prime inquadrature, Vinterberg si appella allo sguardo dello spettatore, e introduce i personaggi in un certo modo, con una caratterizzazione precisa. La tutrice dell’asilo, Grethe, rigida e tradizionalista, tutta tesa a proteggere il sistema educativo che ha costruito, ancor prima dei bambini che deve accudire; Theo e Agnes, la coppia che litiga continuamente e che trascura i figli; Klara, la loro bambina dagli occhi penetranti e ambigui. E Lucas, un quarantenne piuttosto ordinario, dal volto quasi annoiato, non certo turbato e angosciato da una situazione famigliare che lo ha allontanato dal tanto amato figlio Marcus e in perenne lotta con la moglie Kirsten che sente solo telefonicamente.

Sin dalle prime inquadrature, Vinterberg fa proprio di tutto per farci amare Lucas: premuroso con i bambini, desideroso di ritrovare il figlio, educato, timido nelle riunioni tra amici, quando, come nella migliore tradizione nordica, si beve molto e ci si divide i frutti della cacciagione nei boschi. È comprensivo nei confronti di Theo, perché conosce i contrasti di coppia, è persino refrattario e reticente nei confronti di Nadia, altra assistente dell’asilo che si è invaghita di lui e che tenta di costruire una relazione. E se è vero che, anche nei fatti di cronaca, è il più mansueto e defilato a macchiarsi delle azioni più nefaste e ignominiose, è altrettanto vero che, in una delle scene chiave del film, vediamo Klara che cerca con insistenza l’affetto che non riceve dai famigliari: bacia Lucas sulla bocca e gli prepara un regalo. Con disinvoltura Lucas risponde che i baci sulla bocca si devono dare soltanto ai genitori e la bambina, già in uno stato pre-ossessivo compulsivo (che manifesta nella paranoia di non voler calpestare le righe che trova sul suo cammino), si incupisce. Dentro di lei, in quello sguardo trasversale che annida i pensieri più reconditi, cova un risentimento che sarà poi vendetta nei confronti di Lucas.

L’espediente della violenza sessuale nei suoi confronti ci viene mostrata da Vinterberg in modo ancora più chiaro quando gli amici del fratello di Klara, Thomsen, mostrano un’immagine pornografica alla bambina. Il cineasta danese, per tutta la prima parte, insiste, insomma, non con sottili riferimenti, ma con scene esplicite e cronologicamente consequenziali, sull’innocenza di Lucas.

L’immagine di questo placido quarantenne viene, però, in parte ribaltata in un’altra sequenza chiave del film, quella della battuta di caccia. Gli amici di Lucas avanzano lentamente in una foresta che ricorda quella minacciosa di Antichrist di Von Trier. Lucas procede lentamente, con la stessa cadenza e le stesse espressioni di quando si approccia ai bambini all’interno dell’asilo. All’improvviso fa esplodere un colpo perfetto che tramortisce il cervo. Indizi contrapposti e contraddittori che troveranno la loro conferma nell’altrettanto sorprendente scena finale, sempre durante una battuta di caccia.

Vinterberg è regista troppo ambizioso, consapevole e cerebrale per aver raccontato con Il sospetto solo la parabola di un uomo che viene travolto da qualcosa più grande di lui, un uomo inerte, inetto, travolto dagli eventi. È molto abile a nascondere indizi, a cambiare registro, a misurare le poche, ma significative, ellissi temporali. Fatti i debiti paragoni, la vicenda di Lucas appare come quella di Bess, l’eroina del mélo di Lars Von Trier Le onde del destino. Come là, anche qua una piccola comunità conservatrice, tradizionalista e bigotta si ferma alla superficie, si affida alle convenzioni, ed è spietata nel giudicare e poi emarginare un suo membro non in linea con il naturale corso della quotidianità. Certo, laddove Von Trier infiammava la materia narrativa, Vinterberg in questo caso la raffredda, la contiene, in un gioco di continua sottrazione. Pensate però alla scena della chiesa, momento simbolo in cui la comunità si riunisce per pregare e “riconoscersi”. È qui che avviene il turning point narrativo di Il sospetto. Dopo essere stato picchiato e cacciato da un supermercato, e dopo essere stato minacciato in casa sua quando si trova con il figlio Marcus, Lucas trova il coraggio di sfogarsi, di ribellarsi al conformismo diffuso, al fatto, come dice Grethe, che «i bambini dicono sempre la verità» per antonomasia.

Anche se collocato, con tutta una serie di riferimenti ben riconoscibili legati alle tradizioni, al paesaggio e allo sviluppo narrativo, Il sospetto è come avviluppato da un’atmosfera di perenne sospensione, come se ci si trovasse in una favola o in un reale cristallizzato. Il dubbio di fondo, il sospetto, giocando con il titolo del film, risiede, quindi, non tanto nella detection iniziale, nell’appurare se realmente Lucas ha commesso violenza nei confronti di Klara e di altri bambini, quanto nell’intento programmatico di Vinterberg di aver pensato e realizzato questo film. Operazione cerebrale che gioca con lo spettatore e le sue paure con una struttura apparentemente semplice e lineare ma, in realtà, ricca di sottotesti volutamente criptici, tesa alla costruzione di un’opera di significati reconditi? O, più semplicemente, vicenda che sottolinea ancora una volta la complessità del reale, la sua natura multiforme e l’impossibilità di accertare una realtà e un’unica verità?

Il dubbio, il sospetto rimane; ma rimane anche la bravura del regista danese nell’aver intessuto una ricca tela narrativa, dove tutti i personaggi hanno uno spessore compiuto, dove i tempi sono perfettamente azzeccati e dove l’interpretazione di Madds Mikkelsen spicca per la sua naturalezza.