In ordine di sparizione di Hans Petter Moland

Questa sera su Rai Movie (canale 24) alle 23:05 In ordine di sparizione di Hans Petter Moland, commedia nera norvegese del 2014 con protagonista, tra gli altri, Stellan Skarsgård. Ne scrisse la scheda Giampiero Frasca per Cineforum 536 (sul sito potete invece trovare la recensione di Federico Gironi).


L’apparente punto di non ritorno si raggiunge subito dopo le prime sequenze. Mentre Nils Dickman, stimato spazzaneve appena nominato “Cittadino dell’anno” nella piccola comunità in cui vive, si trova in un magazzino nelle vicinanze della sua abitazione, sente fuoricampo un urlo straziato e belluino, attutito dai doppi vetri e quindi ancora più inquietante perché evocatore di una consapevolezza mediata e crescente. È l’urlo della moglie, che ha appena ricevuto notizia della morte del loro unico figlio, quasi fosse la materializzazione del grido «come di una bestia» lanciato dalla madre della piccola Gritli Moser in La promessa di Dürrenmatt. Ci si aspetta il dramma, ma l’ipotesi s’incrina qualche sequenza dopo, quando lo stesso Nils è distratto dal suo proposito di suicidio dalla presenza dell’amico del figlio, tumefatto e terrorizzato dopo essere scampato all’aggressione dei due sicari responsabili dell’omicidio.

Sorpreso per aver scorto il ragazzo, il volto in primo piano di Nils, interpretato da un perennemente attonito Stellan Skarsgård, allenta l’impressione dell’incombente tragedia estraendo lentamente la canna del fucile dalla sua bocca. Con una lieve resistenza che produce uno schiocco, perché la canna si era addensata sulle labbra umide. Dal punto di non ritorno a quello di rottura. Da una possibile storia di vendetta a una dark comedy, con i toni di questa che si sovrappongono alle prime fasi del film impadronendosi della narrazione, facendo virare decisamente anche la partecipazione identificativa dello spettatore, non più testimone assetato di giustizia sommaria, ma attento osservatore delle differenti sfumature proposte.

In ordine di sparizione basa la sua riuscita sul concetto di reiterazione e su un efficace uso delle ellissi, capaci di sintetizzare azioni e situazioni, facendo scaturire il senso dal riempimento inferenziale tra le inquadrature, non dal loro sviluppo. Il killer soprannominato “il Cinese” – ad esempio – è ucciso, ma l’atto della sua morte è obliterato, preceduto dall’accenno imperioso del boss malavitoso di tagliargli la gola e formalizzato attraverso la solita didascalia su sfondo nero utilizzata a mo’ di lapide che indica confessione religiosa (attraverso il simbolo di culto), soprannome e vero nome della vittima.

La commedia nera allestita da Hans Petter Moland ha sicuramente influenze illustri ed evidenti (abbozzi ed eccessi tarantiniani, minimalismo kitaniano, paradossi coeniani eccetera) ma la sua forza è anche l’esibizione dei cliché dell’Underworld, su cui si sofferma e riflette attraverso discussioni tra i personaggi che ne mostrano la bizzarria artificiosa. La conversazione tra Nils e il fratello sull’etimologia dei nickname esistenti nel mondo della malavita potrebbe tranquillamente entrare in una selezione antologica, così come le riflessioni sulla connessione esistente tra clima e welfare o il relativismo culturale con cui la gang dei serbi bolla come eccentrica la consuetudine dei norvegesi di raccogliere per strada gli escrementi dei propri animali domestici.

Oltre ai dialoghi, Moland e lo sceneggiatore Kim Fupz Aakeson (già autore del precedente film del regista, En ganske snill mann, uscito nel 2006) hanno il merito di aver creato una gustosa galleria di personaggi, su cui troneggia la figura di un cattivo sui generis, anche lui – manco a dirlo – dotato di un soprannome, “il Conte”. Cattivo per germinazione (il padre era un boss della old generation), allampanato, belloccio e ricercato nel vestire, vegano (obbliga tutti i suoi uomini a bere con lui succo di carota), esteta e collezionista d’arte, spietato (uccide uno dei suoi uomini a bruciapelo per offrire la sua testa in segno di pace alla banda dei serbi, che lui si ostina a ritenere albanesi), depositario di un’etica paradossale (fa uccidere “il Cinese” che gli ha venduto il nome di chi lo ha assoldato per aver tradito un patto contratto con un cittadino norvegese), padre dotato di criteri educativi perlomeno eccentrici (esorta il figlio a picchiare con maggior forza il bullo più grosso di lui).

Un fake thriller che utilizza la neve come scenario e come metafora di candore screziato per muoversi abilmente tra paradosso e surrealtà fino all’ultima inquadratura, in cui si assiste alla fine tutta da ridere dell’ultimo membro della banda dei serbi, abbandonato qualche sequenza prima mentre faceva parapendio.