Interstellar di Christopher Nolan

Questa sera su Italia 1 (canale HD 506) alle 21:25 la penultima fatica di Christopher Nolan (prima di Dunkirk): Interstellar. Film di cui si è discusso parecchio, e i nostri collaboratori non potevano di certo sottrarsi al gioco. Pubblichiamo quanto scrisse per noi Anton Giulio Mancino su Cineforum 540 in un lungo articolo (che purtroppo abbiamo tagliato). Potete inoltre leggere la recensione di Pier Maria Bocchi per il sito e l'articolo di Luca Malavasi per la rubrica Malatempora.


Il fantasma della scienza

Il diffuso dispetto o sospetto con cui è stato accolto molto spesso l’ultimo film di Christopher Nolan, Interstellar, peraltro assai coerente con un percorso che da Following e Memento a The Prestige e Inception è passato dai budget risicati degli inizi all’esorbitanza spettacolare dei film più recenti, non tiene in debito conto del suo valore elementare e paradigmatico. Convincente o meno che sia l’esito, sta di fatto che il grado massimo di ambizione espressiva, complice anche il consueto imponente investimento produttivo, comporta una resa incondizionata e abbastanza premeditata alle regole minime del genere di appartenenza. Ossia al conguaglio continuo tra il discorso fantastico e quello scientifico, o se si preferisce tra racconto di finzione e scienza, alla base del cinema che in Italia chiamiamo di fantascienza, traducendo approssimativamente la denominazione anglosassone di science fiction. [...]

La questione in generale è sempre quella di riuscire a indurre altri, gli spettatori, a credere/immaginare. Anche Interstellar finisce quindi per chiamare in causa il cinema come dispositivo di un’inveterata fanta-realtà. Nolan, molto a suo agio con tutto ciò che eccede il dato sensibile, spesso e volentieri irretito dalla fantascienza o science fiction che dir si voglia, da sempre costruisce i suoi film come dispositivi notevolmente regolari. Seguirli significa capacitarsi di tali dispostivi, familiarizzare con le modalità di uso e consumo. Afferrarne funzionamento è il presupposto per (in)seguire il racconto: in pratica se non si capisce come funziona la finzione è impossibile accettare la risoluzione della vicenda drammatica. Interstellar non fa eccezione.

Semmai all’autore si potrebbe rimproverare, ma non solo in Interstellar, questa predisposizione a far coincidere troppo l’invenzione narrativa, dunque la maniera in cui essa prende forma, con la struttura dell’ennesimo, fantasioso dispositivo messo a punto. E che per estensione rimanda al dispositivo cinematografico destinato a veicolarlo. Nolan non fa che costruire la trama dei suoi film secondo uno schema fisso, senza mai lasciarsi mai andare all’inspiegabile. Anzi fornendo puntualmente allo spettatore le istruzioni in corso d’opera affinché possa venire a capo del gioco. L’arcano – ripetiamo: non solo in Interstellar – non è mai davvero tale. In dirittura d’arrivo smette di esserlo. I conti tornano ogni volta. Tutto si spiega. Il controllo sul congegno è totale da parte del regista, sceneggiatore e produttore. Lo spettatore non deve far altro che sforzarsi di capire/accettare il regolamento del gioco. [...]

Interstellar addirittura estremizza questa prassi puntando più che in passato all’essenziale. Gli sta a cuore, in tutti i sensi, ciò che nel cinema – di cui egli considera la fantascienza non una fattispecie ma l’essenza stessa – è affabulazione allo stato puro. Un film programmaticamente scontato, già visto e sentito, di cui non importa in questa sede insistere sul giudizio di merito, opinabile e di secondaria importanza, può permettersi di ostentare un sovraccarico di informazioni, un ripetersi e un connettersi in eccesso di situazioni, raggiungendo quindi una durata record in una filmografia sempre più ipertrofica. [...]

Chiaramente la posta in gioco, visto che di gioco si tratta, con le sue ferree e inequivocabili regole, è per Nolan il mantenimento e il rilancio del proprio statuto d’autore dentro un’industria cinematografica in cui è sempre più difficile non essere riassorbiti nell’anonimato e dalla sostituibilità alla catena di montaggio. Tutto ciò lo porta ad accumulare minuti, aumentarli sensibilmente, come per aumentare il punteggio. E incrementare le credenziali artistiche acquisite. Se si ferma, rinuncia al cottimo spettacolare o recede, Nolan è perduto.

Eppure Interstellar eccepisce a suo modo a questa situazione, tra le righe. Spieghiamoci meglio. Il privilegio di un autore a pieno titolo sta anche nel saper fare cose piccole, discrete, molto personali. Ma come riuscirci, se le premesse del sistema impongono la grandezza, l’impresa smisurata, il gigantismo esorbitante? […] Un film familiare, per quanto sincero e personale, sarebbe una mossa imperdonabile al box office. Un passo falso. Meglio camuffarlo da space opera. Fare un film “personale” prestare attenzione alla dimensione “interpersonale”, descrivere il rapporto tra un padre e una figlia. Ma già un solo padre e di una sola figlia rischiano di dare troppo nell’occhio.

[…] Interstellar, tra pregi e difetti, piaccia o no, riesce a far sopravvivere e resistere il microcosmo dentro il macrocosmo, a permettere che il primo sia la chiave di volta modulare del secondo. [...] La fantascienza investita del compito di implicare la realtà quotidiana deve esageratamente farsi vedere e sentire. In tutti i modi. La simulazione delle macchine e delle geometrie assolute concorre a dissimulare quanto basta la centralità del paradigma umano, dell’istinto non violento di sopravvivenza e delle dinamiche affettive.

[…] Eppure ha molto poco da dire, almeno in campo scientifico. La sua incontinenza sul piano verbale suggerisce altro, qualcosa di inesprimibile: l’ineffabile legame di sangue, il silenzio, le ragioni queste sì segrete e imperscrutabili del cuore. Per ottenere questo risultato, sbandierare un’epopea metafisica, si spertica in chiave “interstellare”. I passaggi vengono spiegati in continuazione, con effetti controproducenti sul piano dell’attenzione di chi è in sala. Ma non importa visto che c’è niente da capire sul fronte dei paradossi logici, spaziali e temporali. […]

Nolan per una volta non sembra volersi ergere a vox populi. Si esprime – incredibile ma vero – quasi sottotono, senza spingersi oltre il rapporto a due (o a quattro, non fa differenza, nella logica degli specchi da lui nuovamente attivata). Resta con i piedi per terra, grazie a un lavoro di sottrazione familiare inversamente proporzionale alla saturazione verbale e visiva sui massimi sistemi. Con esiti inaspettati di segno opposto rispetto allo spettacolo che deve continuare. Esiti che potrebbero con la giusta dose di prudenza essere definiti “commoventi”. [...] Interstellar è l’esempio di come una tantum sia possibile escogitare una deroga alla dinamica dominante della riproduzione differenziata, spesso da Nolan restituita già mediante le logiche e i modi di produzione adottati o nella trama medesima, da Memento al remake Insomnia, dalla nuova trilogia composta da Batman Begins e i due Il cavaliere oscuro alle varie coazioni a ripetere della messa in scena e in sogno della vita e della morte in The Prestige e Inception. La regola, finora mai disattesa, era stata quella di travalicare vertiginosamente il (proprio) segno e dispositivo tangibile. Interstellar sembrerebbe mettersi un po’ di traverso.