L.A. Confidential di Curtis Hanson

Questa sera su Cielo (canale 26) alle 21:15 il film di Curtis Hanson, L.A. Confidential, tratto dall'omonimo romanzo di James Ellroy. Proprio dello scrittore americano scriveva Emanuela Martini su Cineforum 369.


Il cuore nero di James Ellroy

Figlio di una madre divorziata assassinata da un maniaco (tuttora ignoto) con il quale si era accompagnata in una notte scura di Los Angeles e di un padre bacchettone, isterico e fallito che ciononostante, da ragazzino lui aveva mitizzato James Ellroy aveva tutte le carte in regola per finire male. Non ancora adolescente, viveva con la madre quando il cadavere della donna fu trovato in uno spiazzo adiacente una scuola; non proprio nelle condizioni della Dalia Nera (la prostituta tagliata in due, un caso vero che aveva sconvolto Los Angeles pochi anni prima e che diventerà il soggetto di uno dei romanzi più cupi dello scrittore), ma quasi. E il ragazzino, che aspettava con ansia i week-end dementi e irosi insieme al padre, ne fu quasi contento. Non c'è da meravigliarsi che abbia trascorso l'adolescenza tormentato dai sensi di colpa. E non c'è da che la sua vita sia andata avanti ossessionata dal ricordo implacabile di queste figure, materna e paterna (il padre poi, a differenza della madre, si rivelò assolutamente incapace, nella sua rabbia passiva contro il mondo e contro la moglie morta, di gestire una ragionevole educazione del figlio). Quello che meraviglia, invece, è che, dopo un'adolescenza e una giovinezza in preda ad alcool, droga, voyeurismo e masturbazione ossessiva, Ellroy sia diventato Ellroy. Cioè un signore capace di mettersi alla macchina per scrivere (o, probabilmente, al computer ma chissà perché, lo scrittore di detective stories uno se Io immagina ancora mentre batte sui tasti della Remington portatile e non, tutto precisino, intento a esplorare le possibili combinazioni narrative offerte dal suo computer, come un Grisham qualsiasi) e di costruire una sorprendente sinfonia in nero di Los Angeles e dintorni, poi del "sogno americano" al suo massimo storico (e perciò della sua caduta), poi, addirittura, della sua stessa vita interiore. James Ellroy si è letteralmente salvato la vita scrivendo. E già questo basterebbe a farne un mito e una figura chiave della letteratura poliziesca di questo secolo (notoriamente fatta di "ossessi", da Edgar Allan Poe - oppio - a Dashiell Hammett - che ha dato del filo da torcere persino a Lillian Hellman - a Cornell Woolrich - che scriveva i suoi incubi neri chiuso nella suite dell'albergo newyorkese dove viveva insieme_ una aristocratica e possessiva). Ma James Ellroy si e sposato, si è affrancato dalla droga e ha buttato tutti i suoi incubi, i suoi ricordi, i suoi sensi di colpa, il suo disperato eccesso di adrenalina, nei suoi romanzi torrenziali.

400, 500, 700 e più pagine, fitte di personaggi, fatti, storie parallele, avvenimenti passati, omicidi, stupri, violenze, stragi , crimini pubblici e privati, tutti incastrati, tutti tesi a mostrare e dimostrare l'orrore lancinante che ci circonda e capaci, comunque, di trovare un soprassalto di moralità individuale, una via di fuga nel privato (qualche poliziotto ogni tanto, come Bud White in L.A. Confidential, riesce a ottenere «un passaggio per l'Arizona insieme a una ex puttana»), un atto di "giustizia assoluta" (come quella con con cui si riempie la bocca il non simpatico Ed Exley per buona parte di L.A. Confidential, prima di rendersi conto che l'espressione ha un senso solo se applicata nei termini di giustizia individuale e illegale in cui la intende Bud). L'universo raccontato da James Ellroy è un mosaico allucinante in cui la criminalità, la politica e i mass media si mescolano costantemente. I crimini individuali di pazzi assassini che si aprono la strada nella notte dei bar, dei locali notturni e degli incontri occasionali, quelli di massa messi in scena dalle gang che combattono per il potere e quelli deliranti allestiti di volta in volta dai vertici del potere (il capitano della polizia Dudley Smith o la Cia, I'Fbi, la mafia in «American Tabloid»). Tutti enfatizzati dalla stampa sensazionalistica, riflessi dalle vite perdute che luccicano dal grande schermo, indotti, a volte, dal mito hollywoodiano che inevitabilmente attira nei dintorni di Los Angeles migliaia di falene impazzite.

Sotto i suoi plot complessi e contorti, si fanno strada i temi forti , sotterranei ma non l'eredità (il prima di tutto, che ossessiona ugualmente poliziotti all'apparenza stolidi e potenti, raffinati e macchinosi, la moralità (il cuore) di certi personaggi, che imprevedibilmente "redime" anche un figlio di puttana come Jack "Bidone" Vincennes, la sensualità (l'amore), che si muove in entrambe le direzioni, quella di una rabbia assoluta e distruttiva e quella della quiete che, forse e a tratti, può essere raggiunta. E, su tutto, la città senza centro, il paradiso in terra, dove il clima è mite, le proprietà sono poco costose, le piscine, le arance, la vita dolce dei film a portata di mano per tutti. Los Angeles, come ce l'hanno mostrata Jim Thompson, Chandler e Chinatown di Polanski, riflessa in un arco di tempo (tra gli anni '40 e gli anni '60) che ce la mostra, ancora, nel suo splendore naif, e nel suo sotterraneo orrore. Un orrore che può assorbire tutto, persino il sogno infantile di Disneyland, deturpato da un maniaco davanti al quale persino Hannibal Lecter scompare (nel lungo segmento che si interseca nel plot di L.A. Confidential - romanzo, acutamente tagliato dal film, per motivi di inevitabile economia narrativa). Los Angeles è una "malattia" che, dalla quadrilogia che Ellroy le ha dedicato, si espande e si riflette nell'atmosfera della grande saga americana «American Tabloid» (forse il resoconto più penetrante che sia mai stato scritto dell'affaire kennedyano, dei suoi, relativi, misteri e della paranoia che da allora si impadronì della nazione americana. Un romanzo di fiction capace di svelare molto di più di qualsiasi cronaca vera).

L'America è una grande Los Angeles, un intrico di strade ad alta velocità, di complotti orditi o immaginati, di finte bionde, come Marilyn (o rosse, come la mamma di Ellroy, o brune, come la Dalia), che pagano con la vita il loro splendore effimero, di bambini violati nella psiche o "ricostruiti" nel fisico , di razze che collidono, si alleano, si trucidano, di comunicazioni e informazioni che si accavallano, di vecchi mitomani e misogini (da Dieterling a Hughes) che materializzano i sogni in incubi, di giovani manager della polizia o della politica che credono di poter manovrare tutto questo. Tutto un grande cuore nero, convinto di aver dimenticato il passato (o di non averlo). Finché un poliziotto qualsiasi, alto uno e novanta e centodieci chili di peso, non glielo ricorda. O finché non glielo ricorda uno scrittore che, dopo aver invano tentato di berselo e di spararselo in vena, ha deciso di mettere il passato sulla carta, giù, in fondo, fino all'incubo della madre uccisa, in quel romanzo assurdo e lancinante, in quel resoconto agghiacciante fino alle lacrime che è I miei luoghi oscuri, storia dell'omicidio di Jean Ellroy, vera seduta psicanalitica per lo scrittore, per i lettori e per tutto il paese che l'ha generato.