L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi

Stasera su TV2000 (canale 28) alle 21:05 c'è L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Palma d'oro a Cannes e fra i maggiori capolavori del cinema italiano di tutti i tempi. Cineforum nel 1978 dedicò al film un ricco e bellissimo speciale a cura di due intimenticati padri della rivista: Ermanno Comuzio e Sandro Zambetti. Pubblichiamo un estratto - davvero straordinario - della recensione di Comuzio, mentre per l'intero speciale rimandiamo alla versione cartacea o pdf di Cineforum 179.


LA VERITÀ DELLA MEMORIA

Partiamo da qui, dal passato. Le "radici". È in atto tutto un ampio fenomeno revivalistico di "ritorno alle origini" (dal salvataggio delle tradizioni, con i musei e le mostre d'arte popolare, alle manifestazioni più plateali e ipocrite, perchè naturalmente sfruttate dal consumismo), spesso con caratteristiche più che sospette. Gli antenati sono di moda; ma è indubbio che al di là delle solite degenerazioni la ricerca di una cultura perduta ha una sua decisiva importanza. Come ha scritto Mario Guidotti, la tendenza comune, in Italia, è sempre stata quella di «non occuparsi del passato, addirittura a dimenticarlo, perchè storia di profonde ingiustizie, di oscurantismo, di repressione». Però ci si è accorti che le tradizioni sono sempre più ignorate e tutto un patrimonio etnologico, etnografico e folkloristico sta scomparendo, con l'effetto di gravi squilibri antropologici e psicologici. La conseguenza dell'innesto violento della cultura industriale in un paese antico come il nostro provoca un senso di sradicamento in tutti, la perdita di una precisa identità.

Il pericolo, che corre anche Olmi e che ha già corso Pasolini, è quello di mitizzare la scomparsa civiltà contadina.


Vera, non vera, quella situazione ambientale e sociale descritta da Olmi?

Realtà descritta com'era veramente, o realtà rivisitata nel segno idealizzante del ricordo o, addirittura, della nostalgia? Altri diranno (in questo stesso numero) della situazione storicosociologica della plaga bergamasca alla fine del secolo scorso; è indubbio comunque che Olmi non ha inteso fare opera storica, da scienziato, nel far rivivere quella determinata realtà, quanto piuttosto ha compiuto una operazione semi-autobiografica, ricostruendo una realtà diversa dalla sua (e dalla nostra) basandosi sul patrimonio della memoria, con i vantaggi (il calore umano) e gli svantaggi (l'imprecisione) che ciò comporta. «Il mio è un film della memoria l'impostazione è chiara non vuole avere impegno nè politico nè sociologico». E ancora: «Non mi sono valso di studi particolari. Mi sono affidato alla memoria».

Certo, i pericoli sono in agguato, il discorso di Olmi sfiora il precipizio dell'estetismo, del pittoresco (dell'estetica degli stracci, insomma), ed è questo insieme alla faccenda della mentalità bigotta, che poi vedremo ad aver suscitato riserve in molti critici, o meglio ad averli messi in imbarazzo, tanto che molte recensioni apparse dopo la presentazione del film in pubblico definiscono L'albero degli zoccoli un gran bel film ma vi arrivano dopo una serie di "se" e di "ma". Finiscono con la definizione di "capolavoro", ma sembra che lo ammettano controvoglia.

È il caso, mi pare, di dichiarare forte e chiaro che il film si regge magistralmente in equilibrio sul filo teso del ricordo affettuoso di gente vissuta in un'epoca drammatica. Risolto liricamente: da qui derivano conseguenze del tutto accettabili e coerenti. Il modello di Olmi, se vogliamo, è Flaherty (specialmente quello di L'uomo di Aran), un regista che risolve appunto nel lirismo a caldo, nella partecipazione affettuosa, situazioni umane di drammatico rilievo. Non per niente Flaherty è l'autore di cinema che Olmi sente più vicino. Rossellini e il neorealismo direi che non c'entrano (il fatto che Olmi si avvalga di "attori presi dalla strada" riguarda un suo metodo abituale, un suo bisogno di sempre nell'ambito del suo cinema "artigianale"): la sua è una risposta poetica (ma sì), non una risposta pratica, posto che si possa stabilire queste definizioni come antinomiche.

Il ricordo, dunque, il racconto della nonna che rivive, un passato vicino ma sepolto sotto stratificazioni furiosamente accumulatesi, da riscoprire nell'illusione di conoscerci meglio; risalire alle radici per riscoprire i "valori" che contano; dunque perché l'operazione ci sia utile anche oggi.

Illusione, ho detto; ogni discorso fatto a parole su questo tema mostra la sua ambiguità e si tinge (se opponiamo la "sana”, "patriarcale" esistenza dei nostri vecchi con quella industrializzata, alienata, mercificata della nostra epoca) di reazionario. Nelle parole, Olmi non sfugge a questo pericolo; intendo dire che in molte sue dichiarazioni questa antinomia passato positivo/presente negativo c'è sia pure sfumata in ragioni che appare così consolante accettare. Ma quando dalle parole passa ai fatti (al film), Olmi spazza via ogni ragione di perplessità e ci cattura, sentimentalmente e razionalmente.

Era così, non era così la vita dei contadini bergamaschi fine Ottocento? e no, direi. Molti di noi che hanno ricordi della campagna possono indubbiamente aver avuto altre esperienze, e quindi proporre una diversa episodica, diversi atteggiamenti (ma pensiamo anche alla realtà geografica e ambientale: i contadini emiliani di Novecento di Bertolucci hanno reazioni più sanguigne, comportamenti più estrosi, ad esempio, dei contadini bergamaschi, decisamente più misurati, pacati e temperanti); tutto quello che c'è in L'albero degli zoccoli, però, trova riscontro in una verità precisa e documentata, anche se parziale.

La vita della cascina lombarda; i moduli del lavoro; il tipo di cibo (polenta e latte, un po' di stracchino, carne solo nei giorni di festa, e quando si ammazza il maiale); le storie raccontate; di sera, alle famiglie riunite nella stalla, per usufruire del calore delle bestie; il camino come unica fonte di riscaldamento, di giorno (e la "monaca" nel letto, di notte); il parlare sottovoce, l'ossequio per il capofamiglia (e nella famiglia della vedova Runk capofamiglia è considerato il primogenito che lavora, anche se giovanissimo); l'uomo che decide, non senza aver cercato con gli occhi il consenso della donna; gli usi antichi (il rito della primavera, con i bambini che fanno fracasso per cacciare l'inverno); i detti popolari («Quando la luna la se incuruna, la nif la se muntuna» = Quando la luna ha la corona, la neve è in arrivo); il viaggio dei paesani a Milano considerato "lungo e pieno di pericoli" (e sono venticinque, trenta chilometri), e così via.