L'anno del dragone di Michael Cimino

Stasera su Rete 4, in seconda serata, un grande, grandissimo film di un regista straordinario: L'anno del dragone di Michael Cimino. Ecco la recensione, firmata Gualtiero De Marinis, che pubblicammo nel dicembre 1985 su Cineforum 250.


Nel cinema americano (a parte The Deer Hunter che semmai parla di una sconfitta) si ha sempre l'impressione che le guerre si vincano in due, in tre al massimo se c'è un'infermiera innamorata del protagonista. In realtà quello che manca non è tanto un esercito, ma è il nemico. Non si lotta mai contro nessuno, ma all'interno di se stessi. Ogni delirio di padronanza è una messa alla prova dell'unità del soggetto con lo scopo evidente di rafforzarne le certezze narcisistiche. Una prova fittizia (si scherza sempre col pericolo sapendo bene di essere intangibili: è così che capita al cinema) che serve a riconfermare quelle certezze che vanno sotto il nome altrettanto fittizio di democrazia, civiltà, amicizia, lealtà, ma che in realtà sono solo i puntelli su cui il soggetto sta in piedi. Da questo punto di vista la persistenza di film come Rambo è la misura esatta del misconoscimento a cui Il cacciatore è stato sottoposto.

Allora dove trovare questo soggetto muto, questo prestanome che si presti docilmente al gioco? La soluzione non solo non è facile, ma piuttosto non esiste. Perché ci sia una discriminazione è necessario un soggetto integro capace di discriminare. Insomma perché ci siano dei neri è necessario che ci siano dei bianchi e che questi siano sicuri di esserlo. Cimino scopre, ha già scoperto con Heaven's Gate che gli americani non esistono. È la stessa scoperta che fa Wenders quando, dopo averli usati per un'intera adolescenza per tappare un buco di storia pluriennale del proprio Paese, va a trovarli in America, non li trova e non sa più cosa fare. Cimino scopre, ha già scoperto da tempo, già da quella lussuosa carcassa, da quello splendido troncone morto che è l cancelli del cielo, che esistono gli immigrati polacchi, russi, tedeschi, quindi gli ebrei, gli italiani, i cinesi, i portoricani, ma non gli americani. Ovvero che il mito del melting pot, del crogiuolo di razze che miracolosamente si sarebbero unite nel nome dell'ideale superiore della nazione americana non esiste più; peggio, non è mai esistito. Con Heaven 's Gate Cimino mostra come la storia americana non sia stata altro che una guerra per bande, una lotta fra diversi clan.

Heaven's Gate è un episodio d'intolleranza alla nascita di una nazione. The Year of the Dragon è la lotta tra un uomo di un clan contro un uomo di un altro clan. Se cioè nei film precedenti esiste ancora una retorica di gruppo, un'esaltazione dell'amicizia virile, nell'Anno del dragone tutto si riduce alla solitudine di due uomini in lotta tra loro. E col mondo.
Il primo è cinese, ha un nome proprio occidentale, Joey, e un cognome orientale, Tai. Il secondo è polacco, si chiama Stanley White, ma è un falso nome con cui s'è affrettato a dichiarare la sua appartenenza alla razza, in realtà si chiama Wyzinsky. Cosa stiano a fare in America lo sa solo il cielo.

Il fatto che Tai sia un mercante d'eroina della mafia cinese e White siaun poliziotto (il più decorato della città) dice quasi tutto della trama di questo che è per molti versi un “semplicefilm d'azione. Ma con qualche particolarità.

White accusa Tai sulla base di un sapere che non si fonda su nulla, che sembra non avere bisogno di prove. Anche il carico d'eroina (l'unico resto tangibile dello scontro) stivato nel ventre di una nave maternamente polacca rimane fuori dalla narrazione: non lo vedremo mai. In qualche modo White sceglie Tai. In nome di cosa cominci a perseguitarlo, faccia intercettare le sue telefonate, infiltri un poliziotto nel suo locale, è difficile dire. Non di certo dell'ordine: «Voglio che creiate il caos» dice ai suoi uomini; né in nome di una Legge da far rispettare o di una gloria personale da guadagnare agli occhi degli altri (i suoi superiori lo vedono come il fumo negli occhi, sono convinti di avere a che fare con un pazzo). Resterebbe l'ipotesi dell'ansia di giustizia personale (che s'avvalora quando Tai manda ad uccidergli la moglie) che, se vera, non spiega comunque il furore maniacale e l'arbitrarietà con i quali White si getta fin dall'inizio nell'impresa.

White è reduce dal Vietnam (anche lui!) dove è rimasto sconfitto senza – dice lui – aver mai visto in faccia il nemico. E adesso, a Chinatown, si inventa un'altra guerra, si sceglie un nemico, ma solo dopo assicurato che questo avesse un corpo e uno sguardo. È Tai il suo nemico (per quanto innocente o colpevole possa essere), è lui il suo Doppio. Entrambi sono uomini di un clan. Entrambi sono malvisti dalle rispettive organizzazioni. Entrambi si muovono secondo logiche non conservative, bensì micidiali, autodistruttive, im- prevedibili. Se appartenessero ad altri clan sarebbero dei terroristi. L'uno vuole bruciare le tappe dell'organizzazione mafiosa, l'altro vuole ripulire Chinatown. Ma è poco più che una scusa. In realtà sono entrambi dei disadattati, degli ingranaggi illogici. In realtà ciò che vogliono fare è misurarsi e guardarsi negli occhi.

E se Tai è fin dall'inizio restio a concedersi al gioco, sta sulla difensiva, fugge e si lascia braccare, White non molla la preda fino alla fine, fino alla classica sparatoria finale in cui Joey non scappa più, ma corre incontro al suo doppio come ad uno specchio, in cui sono le mani di Joey e la pistola di Stanley a dare il colpo di grazia. È ciò che capita quando Michael e Nick giocano attorno alla stessa pistola alla roulette russa. È ciò che capita quando il cervo si ferma a restituire lo sguardo