L'uomo che non c'era di Joel e Ethan Coen

L'uomo che non c'era, uno dei capolavori dei fratelli Coen, sarà trasmesso questa sera, venerdì 16 giugno, su Iris alle 23.40. Per l'occasione, riproponiamo il pezzo che Bruno Fornara scrisse per il n. 406 di Cineforum, dopo la presentazione del film al Festival di Cannes del 2002.

_________________________

I Coen, si sa, raccontano e pensano. Continuano a mettere pensiero nei loro film anche adesso che hanno smesso di mettere nei titoli nomi propri di persona o di luogo e hanno incominciato a metterci pronomi, avverbi e, segnale importante!, il verbo essere. I Coen si interrogano sull’essere e sull’esserci (verbo essere più particella avverbiale di luogo). Dopo Fratello, dove sei?, arriva L’uomo che non c’era.

Domande: se l’uomo nonc’era, cosa c’era al suo posto?,
e cosa vuol dire esserci o non
esserci?, e ancora: come si fa a
vedere cosa c’è e se c’è? E infine: quando si guarda quello
che c’è (il cinema guarda quello che c’è davanti alla macchina da presa), non sarà che l’atto stesso del guardare modifica ciò che si guarda?
Quest’ultima domanda rinvia,
dritto dritto, al principio di indeterminazione scovato dal fisico tedesco, premio Nobel nel
1932, Karl Werner Heisenberg (Würzburg 1901, Monaco di
Baviera 1976), il quale enunciò appunto, nel 1927, il suo principio, basilare nella moderna fisica quantistica e insieme fondamentale nella speculazione filosofica intorno alla natura delle relazioni tra uomo e mondo, tra osservatore, modalità dell’osservazione e cosa osservata. Con i suoi lavori, Heisenberg tolse ogni significato al concetto classico di traiettoria di una particella. Il principio di indeterminazione dice chiaro e tondo che non si possono determinare contemporaneamente quantità di moto e posizione di una particella. Una rivoluzione. Il reale che si sfarina.

Perché tutta questa storia a proposito del film dei Coen? Perché è intorno a questi concetti che il film gira. Non siamo noi a dirlo. Lo dice a un certo punto l’esperto avvocato Riedenschneider, quando si mette a ragionare intorno a quanto sia diventato complicato definire un fenomeno, chiarire un accadimento (anche un delitto, quindi): «C’è un tizio in Germania, Fritz Nonsocosa…, o forse Werner. Questo qui ha una teoria. Se si vuole fare un esperimento scientifico – come i pianeti girano intorno al sole, la natura delle macchie solari, perché l’acqua esce dal rubinetto – bene, bisogna mettersi a guardare. Ma lo stesso fatto di guardare modifica la cosa. Non si può conoscere la realtà di quello che succede, o di quello che è successo, se non si va lì, addosso, a guardare. E allora si vede che “quello che è successo” non esiste. Nel senso che non possiamo provarlo con il nostro piccolo cervello. Perché il nostro cervello fa velo. Il semplice fatto di guardare cambia ciò che si guarda. Si chiama “principio di incertezza”. Lo so, sembra tirato per i capelli, ma Einstein in persona dice che quel tizio ha messo le mani su qualcosa di serio». La realtà è scomparsa, sostiene questo furbacchione di avvocato, nuovissima teoria scientifica alla mano.

La storia del piccolo uomo, del barbiere talmente insignificante che non c’è per nessuno, gira intorno a queste domande. E, come sempre (palle da bowling, cespugli rotolanti, cerchi da hula-hoop, cappelli volanti), i Coen sono andati a cercare un oggetto che esprimesse da subito, fin dalle prime immagini del film, l’idea in gioco. L’oggetto-concetto è stavolta quella colonnina con spirale girevole che indica in America le botteghe da barbiere. La spirale gira e gira e sembra salire e salire. Sembra andare in su, quando in realtà sta sempre allo stesso posto. Come Ed Crane che ha sempre fatto, fa e farà (o no?) il barbiere in una piccola città della California. Siamo nell’estate del 1949. Crane, silenzioso, elegante, pensieroso, ha una moglie che lo tradisce. Così mette in piedi, per uscire dal buco della sua mancata esistenza, un piano che prima sembra funzionare, poi prende una strada imprevista. Architetta un piano con delitto e ricatto per dimostrare due cose: a sé stesso, di esistere, essere qualcuno, esserci; agli altri, di continuare a essere nessuno, un insospettabile e inesistente nessuno. Crane non lo sa (lo saprà forse l’avvocato Riedenschneider), ma desidera essere come una particella subatomica: vuole al tempo stesso esserci e non esserci. Vuole esserci per se stesso e vuole che gli altri, guardandolo, non sappiano chi è, possano solo dire che è nessuno. (Anche a Ulisse piaceva farsi chiamare Nessuno.)

L’uomo che non c’era è, in superficie, un noir in bianco e nero con tutte le caratteristiche dei noir americani degli anni Quaranta. C’è un intrigo alla James C. Cain, il protagonista si chiama Crane come Janet Leigh in Psyco, la cittadina si chiama come la Santa Rosa di L’ombra del dubbio, l’avvocato Riedenschneider ha il nome di un personaggio di Giungla d’asfalto, ci sono dappertutto lunghissime ombre, molte scene si svolgono di notte, c’è una diffusa atmosfera sospesa, ci sono finali su finali.

C’è tutto l’armamentario del noir in confezione preziosamente curata e laccata. Ma, attenzione, L’uomo che non c’era non è soltanto un noir e un omaggio al noir. È, come i Coen hanno sempre fatto, un film di pensieri e riflessioni. Un film che crea uno spazio in cui girano idee, esperimenti, concetti. In cui ci si chiede cosa siano il basso e l’alto (perché i capelli spingono verso l’alto?, da dove arrivano i dischi volanti?), ci si interroga sul tempo (essere e tempo!), sul vecchio e sul moderno (il sogno di una lavanderia automatica). Soprattutto, su cosa significhi essere ed esserci.

Con Fratello, dove sei? i Coen hanno impresso una svolta alla loro carriera (tanto per gasarci un po’: quel film è la loro filosofica Kehre, la loro svolta, come quelle di Heidegger o Wittgenstein). Hanno abbandonato un modo di raccontare lucido e consequenziale per lasciarsi andare ad una linea più sinuosa, di vagante e abbandonata. In Fratello, dove sei? usavano l’Odissea per gironzolare cantando nell’America degli anni Trenta e interrogarsi sul tempo e sul moderno. Qui usano il noir dei Quaranta per parlare di essere e esserci. Sotto la scorza del genere, pongono severe questioni. Bisognerà prenderli anche stavolta sul serio.