La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler di Oliver Hirschbiegel

Questa sera in onda su Rai 3 alle 21:15La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler. Il celebre film che Oliver Hirschbiegel dedicò agli ultimi giorni di Adolf Hitler (interpretato da Bruno Ganz). Alla sua uscita nel 2004, in Germania, la pellicola provocò una serie di dibattiti sulla stampa. Ripubblichiamo l'estratto di un esaustivo articolo scritto da Carlo Altinier, pubblicato su Cineforum 445 (acquistabile qui).


Non è intenzione dello scrivente dilungarsi sulle accuse di eccessiva “umanizzazione” del personaggio di Hitler, formulate da voci autorevoli, a carico degli autori di La caduta. Sarebbe curioso se il buffetto sulla guancia che il dittatore rivolge al soldato-bambino Peter, o la lacrima che versa dopo l’abbandono-tradimento di Albert Speer, bastassero a metterne in ombra la follia criminale: gli esseri disumani sono fin troppo umani (e viceversa). Se di ambiguità ideologica si può parlare, essa concerne invece un altro aspetto del film, esemplificato nella scena del suicidio di Joseph e Magda Goebbels. La camera inquadra il ministro della propaganda nazista di fronte alla moglie, in campo medio, sino a quando solleva il braccio puntando la pistola al suo petto; subito prima dei due spari, essa compie una rapida panoramica verso sinistra che termina sul saluto di alcuni soldati. Il regista avrebbe potuto semplicemente staccare da un’inquadratura all’altra, perciò quella plateale panoramica suona come una dichiarazione etica: «Decido di non mostrare, spettacolarizzandola, la morte di Goebbels». Coerentemente, lo stesso suicidio di Hitler ed Eva Braun avviene fuori campo, addirittura fuori stanza (ma qui intervengono altre motivazioni: la dinamica della loro morte non è mai stata chiarita). Il problema sorge quando, pochi minuti dopo, i cervelli che saltano diventano innumerevoli: un paio di essi in primo-primissimo piano urlato, con tanto di schizzi sul muro. Cervelli meno illustri, di soldati o ufficiali, suicidi senza nome mostrati nel dettaglio: la morale della visione di Hirschbiegel, dichiarata nella panoramica, pare correre su un doppio binario. 

A ben vedere, e a dispetto dello sfoggio di mezzi (15 milioni di euro), La caduta non può dirsi completamente riuscito proprio per l’indecisione che lo attanaglia a ogni livello. In primo luogo nell’impianto narrativo, incerto tra la precisa ricostruzione storica di «Dentro il bunker di Hitler» dello storico Joachim Fest, prima fonte letteraria, e il quadro clinico di una patologia troppo umana desunta dal diario della segretaria del Führer, Traudl Junge, protagonista del film. Nella debole caratterizzazione del suo personaggio, le cui motivazioni a restare nel bunker risultano ignote, l’istanza narrante incespica aggrappandosi di volta in volta ad Albert Speer e il medico Grawitz, più spesso brancola attraverso i corridoi del classico bunker-labirinto-cervello (replicato nella cartina topografica, come per un riferimento a Shining) per approdare al sospirato primo piano di Bruno Ganz con tanto di ciuffo sugli occhi. Bravissimo, ma spinto a strafare da un regista forse poco avvezzo ai colori tenui: l’insistenza sul tremolio delle mani, l’omicidio sestuplo dei piccoli Goebbels, la macelleria ospedaliera potevano essere dosati con miglior misura. Non siamo tra chi rimprovera a Hirschbiegel i trascorsi televisivi e il «Commissario Rex» (per quanto il cane del Führer, Blondie, ci abbia fatto gridare al crossover), ma un’ingenua presunzione da fiction gonfiata ci pare avvertibile nello scarto tra la convenzionalità quasi salottiera del bunker e gli squarci della Berlino sotto le bombe, devastata dal Dolby surround. Tutto già visto altrove, peraltro, ad esempio nell’incipit de Il matrimonio di Maria Braun. Si vede troppo, si sente troppo, e non si racconta in fondo nulla di nuovo: un disastro?

Nient’affatto. Per quanto furbesco e calcolato al millimetro, è un film coraggioso, persino sfrontato: per una produzione tedesca destinata a un pubblico internazionale, candidata all’Oscar, la scelta di confrontarsi con il passato nazista senza sfiorare nemmeno il tema della colpa è senz’altro significativa. L’Hitler di Hirschbiegel rappresenta se stesso e alcuni suoi seguaci, non la nazione che gli ha scientemente consegnato fiamma e dinamite: tra i 12 giorni del bunker e i 12 anni del Reich pare non esserci alcun legame. Non si può tuttavia chiedere a un film ciò che non è: un film sulla fine del nazismo non deve necessariamente raccontarne l’ascesa. La Germania contemporanea, trent’anni dopo la salvifica autoanalisi del nuovo cinema tedesco, non si riconosce più in uno sguardo autoaccusatorio. Forse tocca a noi, sempre cedevoli nella tentazione di usare l’orrore nazista come foglia di fico, come se il male assoluto viaggiasse sol- tanto in sidecar e non in automezzi meno antiquati. Con inquietante disinvoltura, sradicando e spettacolarizzando, La caduta finisce per porci un quesito inatteso: siamo certi che il ricordo di tali orrori sia oggi più utile ai tedeschi che a noi (italiani, europei), tanto allarmati dall’oblio degli altri? […]