La maledizione dello scorpione di giada di Woody Allen

La maledizione dello scorpione di giada, uno dei film meno conosciuti di Woody Allen, girato nel 2001, sarà trasmesso questa sera, mercoledì 5 luglio, su Iris alle 21. Per l'occasione, riproponiamo una frammento della recensione che uno storico collaboratore della rivista, Ermanno Comuzio, scrisse sul n. 408 di Cineforum.


Da che parte cominciare, per parlare di un altro film di Woody Allen? Del risultato (il trentaquattresimo dell’ormai lunga serie) di un autore che sforna regolarmente una pellicola all’anno? Di un risultato, fra l’altro, che – ripetendo la formula comica e senza sottintesi di Misterioso omicidio a Manhattan, Pallottole su Broadway e Criminali da strapazzo, si ripromette solo di far ridere?

Allen dichiara: «Non è un caso che nei miei ultimi film sia tornato alla commedia disincantata e al divertimento; penso che dipenda dal periodo particolarmente felice che sto vivendo». Buon per lui, anche se sappiamo bene che l’interrelazione tra vita privata e produzione artistica non ubbidisce a regole di causa ed effetto. Sta di fatto che Allen continua sulla strada del film puramente comico. Cambiando trame ed epoche, ma tenendosi fedele alla sua concezione di commedia: un periodo a lui caro, un in- treccio “nero”, malavitosi simpatici, battute fulminanti, e la sua presenza fisica.

Anche se ormai magari, a sessantasei anni, non ha più l’età per farsi baciare dalle belle ragazze, come gli è stato rimproverato; ma anche questo fa parte del gioco. Lui stesso ha dichiarato che uno dei piaceri del suo lavoro è che, nelle costruzioni di fantasia che sono i suoi film (fette di torta, non fette di vita) si può permettere proprio questo, di essere baciato da una come Helen Hunt. E di andare “quasi” a letto con Charlize Theron, una bionda da togliere il fiato: ma la situazione è commentata impietosamente dall’interno: lei, «Sono abituata ad attrici e yacht, stupendi amanti europei che mi coprono di regali e mi portano in palma di mano. Eppure, chissà come, trovo stranamente eccitante stare qui in un tugurio cadente con un miope impiegatuccio di terz’ordine!»; lui, «Lo so che c’è un complimento lì nel mezzo, solo che non riesco a trovarlo».

Più motivato, semmai, sembra il rimprovero mosso da qualcuno ad Allen di essere ripetitivo, ma è proprio lui a non prenderlo sul serio. E noi con lui, visto che in fondo sono in tanti, tra i registi, a fare sempre lo stesso film: tutto dipende da come vien fuori il risultato, vedere se si tratta di coerenza sterile o di capacità di interessare ogni volta, sia pur utilizzando pressappoco gli stessi ingredienti. Qui ha modo di dominare la comprovata passione di Allen non solo per la sua città ma anche per un genere cinematografico, il noir, e per un’epoca, gli anni ’40.

L’idea di realizzare una storia sulla mania dell’ipnosi che aveva colpito molti protagonisti della Jazz Era gli girava da tempo nella testa, così come quella di rendere omaggio ai film di quell’epoca. «Tra il cinema da me preferito», dichiara «c’è il noir degli anni Quaranta: cito solo La fiamma del peccato e Il grande sonno. E che dire delle commedie di quegli anni, dei film con Rosalind Russell, Carole Lombard, Claudette Colbert, con la coppia Katharine Hepburn e Spencer Tracy? Il personaggio di Helen Hunt è ispirato a loro, donne che non colpiscono tanto per la bellezza quanto per l’intelligenza e l’arguzia. Nella realtà del tempo erano rare, ma il cinema di quegli anni le esaltava: donne emancipate che volevano posti di responsabilità, trattavano gli uomini alla pari, sempre pronte al confronto e alla lite. Gli uomini le teme- vano, le vedevano come una minaccia, eppure le desideravano».