Le belve di Oliver Stone

Questa sera su Italia 1, in seconda serata alle 23.10, sarà trasmesso uno degli ultimi film di Oliver Stone, Le belve, tratto dall'omonimo romanzo di Don Winslow. Così ne scriveva Luca Malavasi su Cineforum 519 del novembre 2012.


Non c’è nulla di peggio, per chi ha sempre anticipato o cavalcato in modo originale il “nuovo”, che diventare improvvisamente vecchio. È successo a Oliver Stone, come già si poteva intuire dopo l’impacciato World Trade Center e l’inutile remake del suo Wall Street. Questo Le belve ne è la conferma definitiva; non si tratta, semplicemente, di un brutto film – il film più brutto di Stone; è anche un film patetico, etimologicamente: che suscita compassione e tristezza, proprio per quello che è stato e ha rappresentato Stone, fino a tutti gli anni Novanta.

Perché se il remake di Wall Street può oggi avere un certo senso, anche solo sociologico – o un senso autocelebrativo rispetto alla profezia azzeccata vent’anni prima – questo Le belve somiglia a un sequel – soprattutto stilistico – di modi e forme già esplorate in Assassini nati (1994, pieno postmoderno: e poteva andare bene) e in U-Turn - Inversione di marcia (1997: già al limite del tollerabile). E proprio perché questi precedenti erano così fortemente legati a un’idea di cinema ormai passata, invecchiata, rovinata, non c’era davvero alcuna ragione, se non una certa stanchezza di idee e ispirazione, per tornare a quell’età; un’età troppo prossima, anche, per essere celebrata o nostalgicamente rievocata (un’altra cosa: come succede a tutte le mode troppo accese e caratterizzate – in tutti i settori –, anche gli eccitanti stilistici tipicamente postmoderni hanno lo svantaggio, oggi, di sembrare subito vecchissimi e insopportabili, soprattutto se utilizzati, come in Le belve, senza alcuna distanza o ironia o pentimento).

Certo, il problema di Le belve è anche nel manico, come si dice, vale a dire Don Winslow, l’autore più sopravvalutato e inspiegabilmente amato dei nostri tempi, che ha messo le mani anche nella sceneggiatura tratta da un suo romanzo. Winslow è un pessimo scrittore, da tutti i punti di vista, ma si può intuire la sintonia con questo Stone: questione di vecchiaia e di riportini stilistici e narrativi, che possono forse impressionare quelli – lettori e spettatori – con la memoria corta o la cinefilia a pezzi.

Quindi: un pessimo scrittore che poteva funzionate negli anni Settanta e per un pezzo degli Ottanta; un regista in affanno, completamente disconnesso dalla realtà del cinema e, soprattutto, dei tempi (che per uno come Stone vuol quasi dire aver chiuso la carriera). Risultato: un film non solo insopportabile e insulso ma, anche, involontariamente comico e grottesco, come solo sanno e possono essere quei film in cui si agita un’idea senile di novità o, peggio, di “attualità”. Neppure un epigono di Stone, che avesse imparato a memoria il suo cinema e la sua “mano”, avrebbe potuto fare un film più impacciato.

E c’è anche un altro ritardo o malinteso che pesa sull’esito di Le belve: scendendo nel terreno veloce e oggi praticatissimo dell’action-thriller-mafia movie, Stone si rivela incapace di manovrare quelle logiche di genere che, se utilizzate anche solo in forma artigianale, avrebbero almeno potuto rendere il film divertente; e invece: le ritarda o sbaglia o annacqua, senza proporne di altre o alternative (come aveva saputo fare, proprio negli anni Novanta, rispetto al biopic, per esempio). Figura emblematica di questa somma di presunzioni rovinose e ritardi cronici e mani male intrecciate, il personaggio interpretato da Salma Hayek, che alimenta, da solo, tutto un versante comico e imprevisto che però non è sufficientemente pop o kitsch o sbagliato da rendere il film nobilmente scult.

Al terzo giochino di montaggio o sfasatura spazio-temporale, del resto, anche lo spettatore che non abbia alle spalle una certa militanza nella postmodernità anni Ottanta e Novanta avverte puzza di vecchio. E qui, poi, ci potrebbe stare in proposito una lunga parentesi un po’ più sofisticata; ma limitando il ragionamento e la lunghezza, è evidente che l’effetto-muffa della patina che ricopre Le belve è anche l’esito di una ormai avvenuta assimilazione, nella pratica quotidiana, di modelli di pensiero e azione e rappresentazione che, fino a un paio di decenni fa, erano solo esteici: il passaggio della postmodernità dal piano dell’estetica al piano delle pratiche – e cioè, il suo avverarsi e inverarsi – ha reso il cinema postmoderno del tutto passato, ma non ancora classico. Come dire che il patetico fuori tempo di Le belve è un anticipo su un ritardo. Questa volta, però, un anticipo davvero eccessivo.